Ci sarà un motivo per cui le storie di Re Artù e dei Cavalieri della Tavola Rotonda si sono tramandate fino a noi mantenendo nei secoli la stessa uniformità. Non sappiamo quale fu la vera origine o da quale fatto nacque la leggenda dei cavalieri, ma se i menestrelli cominciarono a cantarne nelle corti e i racconti sono rimasti omogenei nel tempo è perché avevano e conservano tuttora un loro fascino. Fascino che invece manca totalmente a questo nuova e “originale” visione della leggenda. C’è in effetti una parte di studiosi che vorrebbe Artù come l’ultimo dei condottieri romani in Britannia, e magari la cosa potrebbe avere anche un suo fondamento, ma se si vuole costruire un film basandosi sui fatti storici, allora siamo totalmente fuori strada. Il film dipinge infatti un Impero Romano alquanto dubbio, in cui i vescovi sono generali, dove non esiste un imperatore, dove gli ufficiali nati fuori dei confini dell’Italia sono trattenuti in schiavitù, dove il Papa ha il potere sull’esercito, dove i monaci sono tutti o imbelli o pazzi (peccato che al tempo non esistessero nemmeno) e così via. A dispetto del bel volto del protagonista e delle numerose scene di battaglia, il film è verboso come una soap opera, e sembra derivare più dai manga giapponesi che dalle tradizioni europee. Il timore è che, visto il titolo, qualcuno pensi di considerarlo una affidabile fonte storica o letteraria. Per bene che vada, al massimo può andare bene per due ore di intrattenimento senza troppe pretese.,Beppe Musicco