Si chiamano Smith, ma non sono proprio una famiglia normale. Chris, indebitato con un boss, deve restituire entro poche giorni una cifra che non possiede; e non glieli può prestare certo lo spiantato padre, risposato con una donna a dir poco eccessiva (va in giro nuda per casa davanti al figliastro che la detesta). La soluzione la prospetta il giovane al padre: commissionare a un killer l’omicidio di quella che per loro è rispettivamente madre ed ex moglie, donna cocainomane ed emarginata con un nuovo “fidanzato” che non la stima. La cifra finirà a Dottie, la giovane sorella sonnambula e immatura: e poi divideranno il tutto in tre, anzi in quattro considerando anche la nuova moglie. A fare il lavoro arriva un sicario molto particolare: in realtà è un poliziotto, un detective, che per arrotondare lo stipendio fa ben più lucrosi omicidi su commissione. Elegante e sinistro, Joe chiarisce subito i patti: silenzio totale su di lui se le cose andassero storte e soldi anticipati senza discussioni. In realtà Chris e il padre non li hanno, lo pagherebbero con i soldi dell’assicurazione stessa, ma il killer non sente ragioni. A meno che Dottie, quella dolce e ingenua ragazzina di cui lui si invaghisce all’istante, non costituisca una caparra in natura… Joe si installa nella famiglia, in attesa di compiere il lavoro. Ma le cose non andranno affatto lisce, anzi si complicheranno via via. E la scia di violenza e sangue sarà abbondante.,William Friedkin, regista di culto della Hollywood anni 70 e 80 (Il braccio violento della legge , L’esorcista , Vivere e morire a Los Angeles sono alcuni dei suoi film più famosi), a quasi 80 anni realizza un film pulp quasi fosse un emulo di Quentin Tarantino. Lo stile è in realtà diverso, meno ironico e più nero, e infatti il riferimento ad alcuni thriller con venature dark dei fratelli Coen può essere speso senza troppi problemi. Ma Friedkin confeziona un film tutto suo, in cui il pessimismo sull’umanità è radicale e senza alcuna concessione. Proprio i fratelli Coen avevano, con Fargo, realizzato un’opera simile sulla deriva catastrofica provocata da un colpo “in famiglia” affidato a sicari a scopo economico (e lì, in teoria, si trattava “solo” di un rapimento a scopo di estorsione), ma lo sguardo della poliziotta protagonista era il bilanciamento di un giudizio su questa follia. Qui no, non c’è alcuna speranza o spiraglio di ragione: tutto va verso la catastrofe, ogni personaggio tira fuori il peggio: pavidità, tradimenti, violenza La famiglia in particolare ne esce male: nessun rapporto o legame affettivo (salvo quello tra i due fratelli, in parte) sembra trattenere dal fare il male,Il killer di nome Joe sembra a tratti l’unico ad usare a ragione, ma certo lo fa solo per i suoi scopi. E con metodi brutali, come quando impone un “lavoro orale” con coscia di pollo fritto a una donna da punire con disprezzo per il suo doppiogiochismo. Niente si salva in questo affresco malato e sordido, e la carneficina finale sembra una conseguenza inevitabile.,Friedkin conosce il fatto suo e torna al cinema con una forma che sembrava perduta da tempo: la tensione non conosce sosta, i dialoghi sono brillanti e tesi, gli attori caratterizzano bene i loro personaggi. A cominciare da Matthew McConaughey, mai così bravo nei panni dello sceriffo-killer, mentre Emile Hirsch torna ai livelli che lo fecero notare in Alpha Dog (e poi in Into the Wild ) e Juno Temple ha un candore sinistro, che non promette nulla di buono; e sono da segnalare anche le prove di Gina Gershon e Thomas Haden Church. Ma pur ammettendo il valore complessivo del film, rimane alla fine un che di eccessivamente programmatico, come se in là con gli anni e la carriera Friedkin facesse scontare allo spettatore il proprio umore nero (anche se a Venezia 2011, un anno prima dell’uscita al cinema in Italia, giornalisti e critici si erano divertiti assai con questo massacro pulp: mah…). Il finale, in particolare, non convince: diffidiamo di quei film che finiscono con una carneficina totale, raramente danno l’impressione di essere chiusure all’altezza della storia che raccontano.,Antonio Autieri