Marie-Jeanne Bécu, una giovane donna della classe operaia affamata di cultura e piacere, usa la sua intelligenza e il suo fascino per salire i gradini della scala sociale. Dopo essere stata cacciata da un convento di suore per le sue letture licenziose trova aperte le porte di casa della famiglia di un banchiere, poi la sua bellezza le attira numerosi ammiratori tra cui il famelico e spregiudicato conte Jean-Baptiste du Barry, che la porta a vivere con sé e con il figlio Adolphe avuto da un precedente matrimonio (che lei tratterà come un figlio). Ma il conte du Barry non le dà amore, anzi: la usa per fare la sua scalata personale e per guadagnare soldi. Quando l’anziano maresciallo de Richelieu – pronipote del noto cardinale – propone a du Barry di presentare Jeanne a re Luigi XV, per entrambi sarà una gran fortuna: l’uomo – che la insulta e la picchia – deve sposarla per farle acquisire il titolo nobiliare e rendere così rispettabile l’operazione di far diventare Jeanne l’amante del re, ma in compenso guadagna facile denaro e qualche invito a corte; mentre lei conquista in fretta il cuore del monarca, nel frattempo ormai vedovo, trasferendosi a Versailles – con tanto di sontuoso appartamento e numerosi servitori – e diventando la favorita del re, dove il suo arrivo scandalizza la corte.

Jeanne du BarryLa favorita del re narra la vera storia di Marie-Jeanne Bécu, che la regista Maïwenn – giunta al suo sesto film – sceglie anche di interpretare, sovrapponendo la sua figura a sé stessa: anche la scalata di Maïwenn (sono suoi film interessanti come Polisse e Mon roi) al mondo del cinema francese fu accolta da astio e gelosie. La regista e autrice della sceneggiatura, insieme a Teddy Lussi-Modeste e Nicolas Livecchi, disegna prima la figura di una donna spregiudicata e ambiziosa, che lascia il posto poi a una donna indignata per gli usi che il marito fa di lei, per concludere con una improbabile ma vera storia d’amore tra lei e il re, amore mal visto da quasi tutti a corte – a parte il nipote del re, il futuro Luigi XVI, e il fedele valletto La Borde – a cominciare dalle perfide figlie del re. Giovani donne rese in modo fin troppo macchiettistico, anche se i passaggi narrativi che portano al colpo di fulmine del monarca per Jeanne sono troppo veloci; ne risulta compromessa in parte la credibilità della storia (che pure era sostanzialmente fedele ai fatti). Sono divertenti però alcuni momenti buffi nello scontro tra la scatenata e irriverente donna del popolo e il mondo di Versailles con le sue regole, nel procedere della conoscenza e dell’amore tra Jeanne e Luigi XV, e in particolare la “gag” degli uomini e delle donne di corte costrette a rapidi passettini all’indietro all’atto di accommiatarsi dal re, essendo severamente vietato voltargli le spalle. Mentre un tocco originale lo dà il rapporto che si crea tra la donna e Zamor, un bambino bengalese che le viene “regalato” dal re e che lei tratterà come un altro figlio, oltre allo sfortunato Adolphe.

Tra i meriti del film ci sono sicuramente i duetti tra i due protagonisti: Maïwenn fa la scelta rischiosa di puntare su un divo hollywoodiano, per quanto in disgrazia, come Johnny Depp che torna dopo tanti anni a mostrare le sue ottime qualità interpretative, che riescono a donare fascino ma anche malinconia a un personaggio che poteva essere scontato; l’affiatamento e la “chimica” tra i due interpreti sembrano indiscutibili. Altro personaggio riuscito è il flemmatico ma umanissimo de La Borde (interpretato con finezza da Benjamin Lavernhe), valletto del re che diventerà per Jeanne una spalla fidata e un volto amico in mezzo alle vipere della corte. Nel cast si fanno notare, ma senza eccessivi guizzi, anche Pierre Richard, Melvil Poupaud, Pascal Greggory e Noémie Lvovsky.

Peccato per l’epilogo frettoloso, relegato a una serie di aggiornamenti fuori campo della voce narrante, che svela l’amaro finale che la Storia riservò alla donna (ma con qualche licenza inventiva discutibile). Ma il film di Maïwenn ha ridato luce e onori a una donna prima caduta in disgrazia e poi dimenticata dalla Storia: ci si può accontentare.

Antonio Autieri

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