È sempre rischioso fare paragoni tra film, specialmente quando il paragone si regge tra suggestioni o poco più, ma in questo caso il paragone potrebbe calzare. Da una parte, infatti, abbiamo un film – come ‘Irina Palm’ – che racconta una storia semplice e cupa, fatta eccezione per il finale “aperto”. Una donna, come tante, una nonna, pronta a sacrificarsi per il bene del nipote. Dall’altra, ‘Lars e una vita tutta sua’ e un’altra storia semplice e lineare, con al centro un ragazzo in cerca di affetto. Quale la differenza ? La differenza sta nel contesto, nel mondo che è cupo e cattivo in ‘Irina Palm’ e invece positivo, aperto all’accoglienza e all’imprevisto in ‘Lars’. Nella storia di ‘Irina Palm’, un film che pare il frutto di una mescolanza tra il cinema realistico di Ken Loach e lo scandaloso ‘Le onde del destino’ di Lars Von Trier, senza che però il regista Sam Garbaski abbia il rigore di Loach e la genialità folle di Von Trier, la donna non si sacrifica semplicemente per il bene del nipote. Si umilia. Non fa cioè come Bess ne ‘Le onde del destino’, che per fede aderisce a una chiamata scandalizzando i benpensanti moralisti. No: Irina si umilia accettando un lavoro moralmente discutibile e tra l’altro mal motivato dal film (Garbaski mostra in poche sequenze che nel mondo produttivo e capitalista non c’è spazio per Irina. Ma non ci crediamo: non crediamo che per una cinquantenne non ci sia altro spazio lavorativo che quello di lavorare in un sexy shop. Ci sono lavori umili ma non umilianti che Irina avrebbe potuto fare se il regista avesse voluto mandarla in giro a cercare bene: anche solo la baby sitter, o la donna delle pulizie). Irina masturba i clienti. Garbaski, nel suo sguardo realistico, tralascia, fortunatamente, i particolari scabrosi di questo lavoro, ma osserva da vicino tutto il rito umiliante a cui Irina è costretta a sottoporsi; dallo squallido gabbiotto in cui deve “lavorare” e che lei a un certo punto abbellisce con quadri e fiori ad altri particolari utili, per così dire, al mestiere di Irina e su cui stendiamo un velo. ,Garbaski mostra tutto questo per sottolineare l’umiliazione a cui Irina è costretta a sottoporsi perché il mondo è contro di lei. Non c’è spazio per lei: Irina è un rottame. Un mondo di “cattivi”, popolato dai clienti del sexy shop, egoisti nella ricerca del sesso a pagamento e anche nella forma stessa della prestazione sessuale; sono “cattivi” gli impiegati delle banche che non concedono il prestito a Irina e gli impiegati nelle agenzie di collocamento lavorativo che trattano in malo modo la donna. E sono “cattive” anche le ragazze del coro, le presunte amiche di Irina, in realtà donne morbose, moraliste e bigotte, veri e propri cliché del cattivo vicinato represso e invidioso, davanti a cui Irina ha un moto di ribellione finale, una sorta di rivalsa nei confronti di amiche che le hanno con evidenza rovinato la vita. E allora , tornando al paragone un po’ avventato, Irina – è pacifico – non vive nello stesso mondo di Lars, dove esiste gente che ti dà una mano (ma anche gente che non ci sta) e non ti costringe all’abbruttimento. Ma Irina è anche diversa da Lars perché non chiede aiuto. Mai. Decide lei tutto, che deve lavorare, che tipo di lavoro fare. Non si confronta con nessuno, tranne, pian piano con il gestore del sexy shop a cui deve soldi. Animata solo da un sentimento di rivalsa che addirittura rischia di mettere in secondo piano il reale, autentico, nobile sentimento d’amore per il nipote, è una donna che rischia di avere in odio il mondo, o almeno una buona parte di questo. E forse è proprio per questo che il film è piaciuto tantissimo alla critica: perché ti ammali senza motivo, perché sei costretta a fare un lavoro che odi, solo per soldi; perché gli amici ti fottono; perché i parenti sono spesso degli ingrati; perché se incontri una persona significativa è solo per pura fortuna. Perché la vita è una merda e devi combattere contro tutto e tutti per poter restare a galla.,Simone Fortunato