Ci vuole coraggio, bisogna riconoscerlo, per decidere di adattare sul grande schermo una vicenda ottocentesca come quella raccontata da Gustave Flaubert in Bouvard e Pecuchét. Giuseppe Battiston, non nuovo a ruoli insoliti e coraggiosi (come non ricordarlo nei panni del timido Gesù sovrappeso de La passione di Carlo Mazzacurati?) si confronta senza timore con la regia (per la prima volta) e l’interpretazione, riuscendo a rendere credibile l’originale amicizia tra due solitari: il bibliotecario Fausto Biasutti (Battiston) e il lettore di contatori Fausto Perbellini (Rolando Ravello). Scoperta la comunanza dei nomi durante una gita di fotografi dilettanti, i due Fausti iniziano a frequentarsi, condividendo la fatica di vivere nella grande città e l’impossibilità di dare sfogo alle loro vere passioni: la fotografia della natura, la lettura, la tranquillità della vita in campagna.

Così, quando Biasutti eredita casa e terre della nonna nel paesello friulano di Valvana, ai due non sembra vero di poter cominciare una nuova vita, lontana dallo stress della capitale. Detto fatto, i due si licenziano, caricano le loro cose in auto e partono, con in testa mille idee di un prospero futuro. Peccato che entrambi non sappiano assolutamente niente della vita agreste che non sia preso da manuali, e che l’accoglienza degli abitanti del paesino, se si eccettuano il parroco (Teco Celio) e la giovane farmacista francese (Diane Fleri), sia di distaccata diffidenza. Le cose non migliorano quando i due decidono di mettersi a produrre birra e invitano i compaesani a una serata di degustazione: l’atmosfera di festa campagnola ben presto sfocia in un incubo intestinale collettivo, e quel poco di benevolenza raccolta nel paese si trasforma in un’aperta ostilità che i due “Fausti” continuano innocentemente a ignorare, tutti presi da altri, nuovi (e presto fallimentari) progetti.

L’opera di Flaubert prendeva di mira la piccola borghesia francese del tempo, convinta che un’infarinatura d’istruzione potesse sopperire all’esperienza e alla competenza. Battiston sembra ricordarcelo in un periodo nel quale chiunque può trovare in rete risposte o tutorial, e per questo si sente autorizzato a spacciarsi per esperto in qualsiasi campo. E pur nella loro apparente gentilezza e bonomia, anche i due protagonisti non sono immuni da queste pretese irragionevoli, che ben presto mettono alla prova anche la loro amicizia.

Ma Io vivo altrove! riesce a mantenersi in u giusto equilibrio anche quando i momenti di commedia lasciano il posto a situazioni più serie e meno piacevoli, come spesso accade. Battiston e Ravello sono bravi nell’affrontare gli uni e gli altri, lasciano in fondo la speranza che ci sia una speranza di successo anche per gli inguaribili dilettanti che sono (e che siamo un po’ tutti).

Beppe Musicco

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