1920: nei pressi di Verdun, teatro di una sanguinosa battaglia della Prima Guerra Mondiale, due soldati francesi trovano nel terreno ossa umane. Un passo indietro, al 1917: accompagnati dalla voce fuori campo del protagonista, vediamo soldati francesi andare in un villaggio del Senegal a caccia di giovani da arruolare per il conflitto mondiale. Dopo la cattura del giovane figlio Thierno, Bakary Diallo si arruola anche lui nell’esercito francese per raggiungerlo e riportarlo subito a casa come promesso alla moglie. I suoi tentativi vanno in fumo, compreso quello di “imboscare” entrambi in una mensa militare pagando un cuoco compiacente. Mentre la retorica dei generali tenta di convincere gli “stranieri” che combattendo diventeranno veri francesi (grazie alla concessione della cittadinanza), un giovane ufficiale valorizza e promuove Thierno – per la sua conoscenza del francese ma anche per la morìa di “graduati” – che sente sempre più sua quella divisa e quella guerra, con grande sofferenza del padre (costretto a obbedirgli in quanto il ragazzo è diventato un suo “superiore”) che però non si arrende…

Il titolo originale di Io sono tuo padre, diretto da Mathieu Vadepied e prodotto dal protagonista Omar Sy, è Tirailleurs ovvero “fucilieri”: il nome del corpo dell’esercito francese formato, tra fine ’800 e inizio ’900, da giovani delle colonie africane prima per il controllo dei territori coloniali e poi durante la Prima guerra mondiale (con ragazzi di varie nazioni del Continente nero che nemmeno si capivano, parlando lingue diverse). Il film ci racconta episodi della parte finale di un conflitto che, come noto, si era arenato nella terribile guerra di trincea: battaglie che arrivano a forte contrasto con le prime immagini idilliache del villaggio senegalese. Non c’è molto di nuovo rispetto alla cinematografia che ha raccontato il primo conflitto mondiale: Vadepied non riesce a conferire forza e tensione al racconto, nonostante esplosioni, morti, urla e squallore. La guerra, rappresentata in modo piuttosto confuso, sembra anzi rimanere sullo sfondo del rapporto “privato” tra padre e figlio – con situazioni un po’ inverosimili, a partire dalla “pretesa” del padre di proteggere il figlio sul campo di battaglia mentre si spara all’impazzata – che non è però nemmeno particolarmente approfondito. Il film punta più sul razzismo e la sopraffazione francese verso  i “Tirailleurs”, blanditi solo quando serve; e sicuramente in patria il film ha avuto un’eco ben diversa. Ma cinematograficamente l’opera risulta piuttosto piatta. Omar Sy, come di consueto, sgrana sempre gli occhi per lo stupore indignato: ma pur sostenuto da ottime intenzioni, la sua prova non è memorabile.

Sicuramente l’aspetto più interessante di Io sono tuo padre è proprio il soggetto storico, che recupera una pagina certo nota in Francia ma molto meno da noi. E anche la suggestione sulle ossa del Milite ignoto seppellite sotto l’Arco di Trionfo a Parigi (che siano di un soldato nero?) è intrigante come risarcimento postumo, ma non basta a sostenere il film.

Antonio Autieri

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