Con Io, noi e Gaber, Riccardo Milani porta sul grande schermo la vita e le opere di un grande artista come Giorgio Gaber (1939-2003), di cui l’1 gennaio di quest’anno sono ricorsi i vent’anni dalla morte. Nel docufilm ne seguiamo la vita dai primi anni 60, quando spopola in televisione insieme a Mina, fino all’ultima apparizione in Tv – ormai malato – con l’amico Adriano Celentano.

Quello di Gaber è stato un percorso artistico e professionale anche sorprendente. Partito con canzoni “leggere” quali “La ballata del Cerruti Gino”, “Non arrossire”, “Il Riccardo”, molto legate a Milano, la sua città natale, Gaber lentamente e progressivamente si allontana dal mondo della televisione per approdare al teatro, dove trova la sua dimensione artistica ideale.  Insieme al fidato amico e collaboratore Sandro Luporini – che per l’occasione vince la sua proverbiale ritrosia e si fa intervistare da Milani – impostano e inventano il cosiddetto teatro canzone dove Gaber mette in scena spettacoli che alla musica abbinano monologhi e riflessioni sociali e politiche. Questa formula raggiunge l’apice del successo tra gli anni 70 e gli 80 – ma Gaber non la abbandonerà mai – quando la società italiana è attraversata da forti tensioni politiche e sociali, partite con il 1968. Gaber in un certo senso diventa un riferimento per quella generazione ma non esita a criticarla aspramente nei suoi testi, tanto da venire duramente contestato dentro e fuori dai teatri.

Il lavoro di Riccardo Milani approfondisce e analizza bene il percorso artistico di Gaber, il suo spessore intellettuale, la sua coerenza e la sua libertà di giudizio. Durante le due ore e un quarto di documentario vediamo accennare pezzi celeberrimi quali “La libertà”, “Un’idea”, “Far finta di essere sani”, “Qualcuno era comunista”, “Io se fossi Dio”,  oppure la corrosiva “Quando è moda è moda”. Sono tante le testimonianze di artisti che lo hanno conosciuto o che sono stati influenzati da lui. Sullo schermo vediamo apparire cantanti come Gianni Morandi, Jovanotti, Ricky Gianco, Ivano Fossati; autori e personaggi televisivi quali Michele Serra, Fabio Fazio o Gino e Michele; attori come Claudio Bisio. Ci sono anche uomini politici come Pierluigi Bersani e Mario Capanna. Intervengono anche la figlia Daria Gaberscik e il nipote Lorenzo Luporini.

Io, noi e Gaber è un documentario intenso e profondo; un lavoro militante non solo perché trova soprattutto in chi ha partecipato attivamente ai movimenti degli anni 70, e che ha visto Gaber a teatro più volte, il pubblico di riferimento, ma militante perché è schierato totalmente al fianco della figura di intellettuale di Gaber e al messaggio che rivolge alla sua generazione e a quelle più giovani che lo hanno seguito. Ci sarebbe piaciuto che venisse approfondita maggiormente l’amicizia e il sodalizio artistico con Enzo Jannacci (qui la recensione al bellissimo documentario su di lui, in cui a nostro avviso le testimonianze hanno saputo dare un maggior contributo alla storia) mentre uno dei meriti del docufilm è quello di aver valorizzato non solo il lavoro sui testi e le parole ma anche quello di musicista e di attore che sono comunque una cifra importante della figura di Giorgio Gaber. Io, noi e Gaber piacerà molto, anzi moltissimo, a chi ne è stato un estimatore mentre potrebbe risultare più ostico a chi Gaber non lo ha conosciuto.

Stefano Radice

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