Vedere Carlo Verdone interpretare un sacerdote, appunto missionario in Africa in crisi, e sapere che a un certo punto della storia incontra una giovane ragazza molto carina e sciroccata (Laura Chiatti, che sta pian piano diventando una buona attrice), faceva temere il peggio. Invece, il nuovo film del comico e regista romano non ha derive boccaccesche o sentimentali scontate; il sacerdote non è una figura grottesca come in altre pellicole verdoniane (e lui un po’ ci ironizza, quando imita certi “preti con le voci flautate delle fiction tv”: ma vengono in mente anche le sue parodie…), e non ci sono eccessive “scorrettezze”. E invece non solo don Carlo Mascolo respinge le avance (scherzose) della giovane Lara/Laura, ma anche di una psicologa di mezza età (la spiritosa Angela Finocchiaro) che vede in lui il sosia del defunto marito. Quando il missionario torna dall’Africa, in crisi di fede perché laggiù tutto va male e «invece che della protezione divina avrebbero bisogno della protezione civile» (questa sì una battuta scontata», ahimè non l’unica), i superiori a Roma gli consigliano un periodo di riposo in famiglia. Che però è messa male: il padre, ex generale e vedovo, va in giro per casa con un orrendo parrucchino color pannocchia e si è risposato con la badante moldava; i fratelli (ex sessantottina nevrotica e bancario cocainomane e puttaniere) sono preoccupati solo dei soldi del padre che la neo moglie sta dilapidando; una nipote adolescente è inquietante come l’amica con cui va in giro. Un delirio. Se non che un colpo di scena (poco plausibile e piuttosto mal congegnato: e non sono pochi i passaggi a vuoto della storia) porta in scena Lara. Che, piena di problemi com’è, terremota la vita dei tre fratelli. Don Carlo ne è un po’ attirato, ma forse solo come prete che vede una pecorella smarrita, e un po’ irritato. Tra rotture e riaperture, attorno tutto cambierà.

Io, loro e Lara non è certo un capolavoro, pur risultando il miglior film di Verdone da anni a questa parte: peccato per le volgarità evitabili – più di linguaggio che di situazioni – e banalità di fondo su temi importanti; il dramma dell’Africa, la crisi di fede del sacerdote, che dal “continente nero” torna a Roma per cercare conforto nei superiori e che si trova invece immerso nei problemi di una famiglia sopra le righe, anche certi accenni di critica alla Chiesa (la solita questione “preservativi e Aids”) sono in effetti scontati e approssimativi. E nella parte “positiva” questo prete non va altro un sano buon senso, un buonismo edificante. Niente di nuovo: da Carlo Verdone si possono pretendere divertimento (a volte) e buona direzione degli attori (ci sono comprimari, come Anna Bonaiuto, Marco Giallini e la già citata Finocchiaro, che strappano gli applausi), non profondità su temi che oltre tutto non padroneggia. Ma se la missione “romana” del sacerdote sembra un disastro, alla fine un simpatico colpo di scena ribalta prospettive che sembravano consolidate.

Il possibile, e giustificato, equivoco in cui si rischia di cadere di fronte a Io, loro e Lara è concentrarsi sulla figura del prete. Che pare davvero solo un pretesto forzato per attirare l’attenzione (con la Chiesa come possibile bersaglio funziona sempre): se il Carlo che torna dopo anni in famiglia fosse un professore universitario che insegna negli Usa la storia starebbe in piedi lo stesso. Peraltro, anche il prete (pur di ben altro spessore, come di ben altra qualità era quell’ottimo film) di Nanni Moretti in La messa è finita sembrava un laico in abito casualmente talare: in entrambi i casi si tratta di espedienti narrativi (legittimi), non di una riflessione sulla figura del sacerdote oggi. Che non interessava a Moretti e tanto meno a Verdone. Come prete il suo don Carlo – che pure il regista definisce una «brava persona, etica (sic…)» – non è né credibile né di aiuto a nessuno (apparentemente, almeno). Anzi, rischia solo di far danni pur se animato da buone intenzioni.

Ma l’aspetto interessante sta, a nostro avviso, altrove: pur con il sentimentalismo che contraddistingue anche le sue opere migliori e meno grevi (e questa, nonostante alcuni soliti eccessi verbali, lo è), Verdone presenta alla fine un ritratto di famiglia che si ritrova “nonostante” i propri limiti, proprio perché si riconosce famiglia. Dove all’inizio tutti sono l’un contro l’altro, e ognuno pensa solo ai suoi interessi (alla sua “roba”, soprattutto gli avidi fratelli che temono che il padre butti via tutti i soldi con la moglie/badante moldava), e dove l’arrivo della misteriosa Lara crea ulteriori tensioni. Ma alla fine, proprio grazie al “terremoto” Lara (molto più che agli interventi del povero prete, che pure ci ha messo del suo per migliorare le cose), ogni vicenda – seppur lentamente, e in maniere anche tortuose – va al suo posto. Ovviamente, nello stile della commedia e quindi con le sue esagerazioni: ma se i singoli dettagli di quella famiglia sono assurdi, il quadro d’insieme è di riconoscimento che l’individualismo gretto porta a tristezza e solitudine; e che riunirsi insieme attorno a una nuova, anche improvvisata, realtà familiare sia molto meglio. E non è poco, in tempi in cui si teorizza che la famiglia sia per sua natura luogo di crimini e nefandezze. Soprattutto, il cambiamento c’è, eccome: visibile, e anche visivo. Contrassegnato da quel rosso natalizio e gioioso, quasi una divisa di una nuova possibilità di vita comune.

Antonio Autieri