L’inizio è piuttosto irritante: una voce fuori campo – che accompagnerà, insistente, tutto il film – ironizza su tutte le religioni, mostrando sì anche i riti e le superstizioni più estreme, ma accomunando per associazione di idee qualsiasi credenza. Con tanto di frasetta a effetto (anche per mettere le mani avanti sulla credibilità della storia): «Se pensate che quello che vedrete è assurdo, pensate a quanti nel mondo credono in cose che lo sono molto di più»… Lo sviluppo, poi, è molto più consueto e mescola qualche elemento di attualità a canoni classici da commedia italiana: Edoardo Leo è Massimo Alberti, classico uomo che si barcamena alla bell’e meglio, fatica a portare avanti il suo bed & breakfast in centro a Roma; albergo che l’antipatico cognato, insieme alla sorella di Massimo, vorrebbe rilevare in parte. Alla sorella commercialista Massimo chiede invece un aiuto a salvarlo, ma difficoltà, tasse e anche la concorrenza di un convento di suore – proprio di fronte a lui – che ospita sempre più turisti lo mandano in crisi. Dopo essersi finto un “pellegrino” per carpire i segreti delle religiose e aver verificato che prendendo “donazioni” possono non fatturare e non pagare le tasse, Massimo decide di reagire. Come? Inventandosi una religione, da registrare ufficialmente, per poter usare la struttura come “luogo di culto” e avere gli stessi benefici fiscali. Ma per l’impresa serve tutto: regole (meno possibili: «non c’è niente di giusto o sbagliato»), riti, e anche un “ideologo” che troverà nello scrittore fallito che gli ha portato via la moglie… Concetto chiave di questa nuova religione: ogni io è Dio… Lo “ionismo”, a sorpresa, otterrà in fretta un grande successo…

Scritto dal regista Alessandro Aronadio con lo stesso Edoardo Leo, e con Renato Sannio e Valerio Cilio, Io c’è non si distacca a tante commedie recenti che partono magari da uno spunto originale ma poi lo sviluppano male, magari appoggiandosi ad attori comunque bravi. Qui la ricetta sembra proprio questa, con Leo, Margherita Buy e Giuseppe Battiston molto affiatati tra loro e abili nel gestire gli sviluppi con tanti personaggi minori, quando la “religione” prende piede oltre le loro aspettative. Anche il facile anticlericalismo (con qualche scivolata nell’ignoranza: San Paolo fondatore del Cristianesimo?), peraltro esteso allo scetticismo verso tutte le religioni (pesanti le rappresentazioni anche del rabbino, dell’imam ecc.), non è originalissimo, come neppure un umorismo non volgare ma certo neppure raffinatissimo e tanto meno imprevedibile: uno spettatore abbastanza scafato intuisce come andranno le cose.

In realtà, tra le pieghe di un film comunque deludente ci sono anche alcuni aspetti da non sottovalutare. L’idea della religione “fai da te” e del successo che suscita può sembrare bislacca, e lo è; ma ci dice sia dei rischi della fascinazione di persone fragili verso “sette” e gruppi di varia natura (anche politica), con idee semplici pericolose come il “ce la devi fare da solo” che entusiasma i seguaci di Alberti e C. Al tempo stesso, la storia pur improbabile in sé – ma fino a un certo punto – è la conferma che il cuore dell’uomo è fatto per desiderare, e incontrare, qualcosa da cui spera di essere salvato anche se non lo sa. Illuminante in questo senso il cambiamento del russo alcolizzato o di altri personaggi (quasi tutti abbozzati in modo molto superficiale e approssimativo), che ritrovano stima di sé e una coscienza, tra lo stupore dei tre truffatori che tutto si aspettavano meno che questo; e gli stessi truffatori iniziano a cambiare, in qualche modo.

Ma Io c’è si rivela interessante suo malgrado per una conseguenza specifica di tutto ciò, con il personaggio della ragazza (interpretata da Giulia Michelini) di cui si innamora il protagonista, ammalata gravemente ma “convinta” a smettere di curarsi da una frase buttata lì da Massimo a un funerale («non c’è niente alla fine del viaggio, ma almeno godiamoci il viaggio»). Convinta, soprattutto, che da sola ce la può fare. Sembra – involontariamente, magari – echeggiare la polemica sui vaccini o altre simili riguardanti la scienza e la medicina mette in discussione come mai prima negli ultimi secoli: un’involuzione epocale, e allarmante, di parte della popolazione anche istruita. Su questo snodo, che sembra anche interessante come elemento di discussione, il film però chiude ambiguamente, lasciando l’impressione che tutto in questo film – come in tante commedie italiane recenti – sia funzionale a far passare il tempo più o meno allegramente, non a suscitare anche in modo controverso spunti di riflessione. In questo Aronadio, regista stimato dalla critica ma che anche nei precedenti film – diversissimi – non ci aveva convinto, qui sembra avvicinarsi alle mediocri commedie di Massimiliano Bruno. Che non a caso in Io c’è vediamo come attore, nei panni di un disabile inizialmente piuttosto rozzo, che reclama con arroganza il miracolo, ma che presto imparerà ad accontentarsi.

Antonio Autieri