Moussa (Moustapha Fall) e Seydou (Seydou Sarr) sono due cugini adolescenti del Senegal. Come a tanti loro coetanei in tutto il mondo, a loro piace la musica, il calcio (come tanti anche da noi, indossano maglie di squadre europee e idolatrano Kylian Mbappé), suonano le percussioni e amano ballare. Seydou è bravo anche a scrivere testi e sogna di diventare famoso in Europa, per questo da mesi i due cugini mettono da parte soldi per affrontare il viaggio, nonostante la madre di Seydou sia assolutamente contraria. Partiti di nascosto, i due ragazzi già alla frontiera col Niger si rendono conto che i soldi preventivati saranno solo una parte di quello che dovranno pagare per passare frontiere, superare posti di blocco e soddisfare l’avidità di tutti quelli che si offriranno di guidarli. È un vero e proprio calvario di violenza e sopraffazione che non ha pietà di nessuno: attraversare il deserto sarà una falcidia, ma le pretese dei libici saranno ancora peggiori.

Io capitano, diretto da Matteo Garrone (che a Venezia ha vinto per il film il Leone d’argento per la miglior regia), ha il pregio di mostrare il punto di vista di chi non scappa dalla guerra o dalla fame, ma cerca semplicemente una vita migliore. Seydou e Moussa conducono un’esistenza con pochi mezzi, ma hanno di che mangiare, vestirsi, un tetto sulla testa e vanno anche a scuola. Ma quel che vedono sui loro smartphone (perché hanno anche quelli) è un sogno che sembra a portata di mano. Da questo punto di vista si potrebbe definire il film come un “romanzo di formazione” quasi di stampo dickensiano: i due cugini che partono dal Senegal sono due ragazzini ingenui, ricchi di sogni ma che non hanno nessuna conoscenza del mondo. Ad approdare in Italia saranno due uomini, che hanno sofferto nel corpo e nell’anima, che hanno visto e subito sulla propria pelle gli aspetti peggiori dell’animo umano, ma hanno conosciuto anche la solidarietà, la compagnia, e anche dei maestri da cui hanno potuto imparare. Le privazioni, le torture, le sofferenze non annulleranno la loro umanità (resa anche da belle sequenze oniriche tipiche del regista romano), ma anche di incontrare una solidarietà inaspettata, proprio nei momenti più difficili.

Garrone aggiunge un’altra tappa al suo viaggio personale nel mondo del racconto cinematografico, con un’opera che è profondamente realistica ma che al tempo stesso non rinuncia alla visione poetica del suo autore, a quello sguardo che trascende anche la tragedia e il dolore, per mostrare un altro piano della dimensione umana, un luogo dell’anima dove tutto si riconcilia, dove c’è spazio per la compassione e la comprensione. Un bell’esempio di un racconto di attualità, ma con protagonisti degni anche della miglior letteratura.

Beppe Musicco

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