Il giovane Chris, appena diplomato al college, scappa di casa per i continui dissidi con i genitori cui fa perdere le sue tracce. O meglio, per un’ansia di verità che la loro “educazione”, rivolta solo alle cose materiali, ha esasperato. E in totale rifiuto della società e delle convenzioni abbandona tutto (regala in beneficenza i suoi risparmi per gli studi universitari, butta via i documenti, cambia il suo nome facendosi chiamare Alex Supertramp…) e parte on the road: in cerca di se stesso, senza soldi (ma ogni tanto si ferma a fare qualche lavoro) e volendo stare il più possibile a contatto con la natura selvaggia. Vari incontri lungo la strada che lo portano in Alaska, suo obiettivo, cambieranno la percezione del suo viaggio, sempre più drammatico.

Come sempre di fronte a un grande film, è meglio rivelare poco. In questo caso ancora di più: perché Into the Wild, nuovo film diretto da Sean Penn (in genere grande interprete, ma che ogni tanto torna alla regia con ottimi esiti) non è quel che sembra inizialmente. Storia vera di Christopher McCandless, già raccontata dal libro di Jon Krakauer Nelle terre estreme, è sì una fuga dal mondo e quindi dalla realtà che può suonare retorico e irritante anticonformismo (però anche commuovere, perché spinta da un’urgenza esistenziale sincera: come rimanere indifferenti di fronte a frasi come «la libertà e la bellezza sono cose troppo importanti per lasciarsele sfuggire…»?). Ma la realtà, rifiutata, bussa nuovamente alla sua porta attraverso vari incontri – una coppia hippy, una minorenne innamorata di cui Alex rispetta la giovane età, soprattutto un anziano vedovo la cui fede interroga il ragazzo: tutti con dentro un dramma, un dolore, una solitudine – che provocano Chis/Alex, giovane ribelle con un irresistibile fondo di tenerezza. Tanto che il rapporto con il reale, pur di fronte a una tragedia incombente, e perfino il giudizio su due genitori “sbagliati” sorprendentemente cambia: «La felicità non esiste, se non è condivisa… Ho avuto una vita felice, ringrazio Dio». Un giudizio che dona un’apparentemente impossibile serenità.

Divisa in capitoli (la mia vita, l’adolescenza, l’età adulta, la famiglia, la conquista della saggezza), la narrazione – sottolineata da una bellissima colonna sonora – scorre fluida ed emozionante nonostante la lunga durata del film. Che è una conferma del talento registico di Sean Penn (dopo La promessa), che sembra guardare a modelli alti come Terrence Malick e, per quanto riguarda la letteratura, Jack London; ma senza effettuare sterili ricalchi. Il suo è un film originale e con un suo tocco personalissimo, che si candida ad essere fin d’ora uno dei film più belli dell’anno. Negli Usa, alle nomination per gli Oscar, è stato decisamente snobbato (solo attore non protagonista e adattamento della sceneggiatura), ma non avrebbe sfigurato affatto nelle categorie miglior film, regia e attore protagonista: occhio in particolare a Emile Hirsch, un interprete emergente già apprezzato in Alpha Dog (era un perfido bullo assassino); che un giovane attore riesca a reggere un film simile per metà da solo denota talento non comune, tanto da far ricordare le prime prove di un Robert De Niro o di un Leonardo Di Caprio.

Antonio Autieri