Damasco, Siria. Oum Yazan è l’ultima inquilina di un appartamento bombardato. Insieme a lei abitano i tre figli, il suocero, una domestica, un nipote e una inquilina del piano di sopra, Halima, che vive lì con il marito e con un neonato ma che ha in programma la fuga in Libano. Il loro compito è solo uno: riuscire a passare la giornata e sopravvivere, evitando di mettersi in pericolo perché fuori si spara e ci si ammazza. Inevitabile barricarsi in casa, aspettando il ritorno di Monzer, il marito di Oum Yazan, fermato ai posti di blocco. Ma la milizia nemica riesce a entrare nell’appartamento…

È un film decisamente claustrofobico e di alta intensità quello che realizza il regista belga Philippe Van Leeuw (all’opera seconda, dopo un film d’esordio sul genocidio in Ruanda), praticamente ambientato solo in un appartamento e con una sola scena girata in un cortile (per ovvie ragioni il film non è stato girato a Damasco ma a Beirut, in Libano). Il regista ci descrive le sorti di una famiglia borghese di quella che era la Siria, con tanto di domestica a servizio, che però non è stata risparmiata dalla furia della guerra. Van Leeuw non ci mostra fisicamente i combattimenti, ma ce li fa sentire e vivere con gli spari e le esplosioni improvvise che creano terrore e panico e spingono la famiglia a cercare riparo nelle stanze lontano dalle finestre o sotto il tavolo. Tutto ruota attorno alla figura femminile di Oum Yazan (l’attrice palestinese Hiam Abbas, utilizzata spesso dal cinema europeo e americano) che, in modo molto militare, cerca di proteggere il suo territorio da ogni possibile pericolo. Non mancano le difficoltà nel vivere in questo modo, con poca corrente, senza acqua e con l’impossibilità di uscire all’esterno se non si vuole essere ammazzati dai cecchini. Quello che conta è rimanere uniti, e svolgere i compiti che si conoscono a memoria.

C’è sconcerto nei volti dei bambini, e al figlio più piccolo terrorizzato Oum Yazan la donna promette che la guerra finirà presto (un gesto d’amore che, però, è anche una bugia; e lo spettatore lo sa). E non basta barricarsi dentro, perché la milizia nemica riesce comunque a entrare e a commettere una doppia violenza: nei confronti dell’appartamento stesso e nei confronti di uno dei personaggi che non farà in tempo a nascondersi (una delle scene più forti e drammatiche di tutto il film). Non c’è un vero attimo di pace. Neanche la telefonata di Monzer alla moglie riesce a dare sollievo, perché la linea cade subito. Intanto arriva la sera; un altro giorno di ordinaria sopravvivenza è passato. Ma il domani non riserverà niente di buono e lo sguardo finale del vecchio nonno – pieno di nostalgia, malinconia e impotenza – ci fa sentire totalmente sconfitti. Nota di merito per la grande Hiam Abbas, vera protagonista, e per l’emergente Diamand Bou Abboud che interpreta la giovane Halima e che abbiamo visto di recente ne L’insulto (era l’avvocato difensore del palestinese Yasser).

Aldo Artosin