È difficile recensire un film di Indiana Jones, perché si sa in anticipo che a coloro cui sono piaciuti i precedenti tre film non potranno che essere entusiasti di questo, ma a coloro (se pure esistono) cui Indiana Jones non piace, di certo non cambieranno adesso idea. Di certo possiamo dire che la coppia Spielberg-Lucas è riuscita là dove il solo Lucas aveva fallito: se la seconda trilogia di “Guerre Stellari” fa solo rimpiangere la prima (spiace, ma è così), “Indiana Jones e il Regno del teschio di cristallo” provoca le stesse emozioni che hanno fatto entusiasmare e sobbalzare sulle poltrone gli spettatori di mezzo mondo. A cominciare da Harrison Ford, che a 66 anni (Sean Connery nel terzo episodio, quando interpretava il padre di Indy, ne aveva 59!) ne dimostra almeno una dozzina di meno nel viso, nel corpo e soprattutto nelle acrobazie che ancora interpreta senza l’ausilio di controfigure. Perché, come nei film precedenti, Spielberg è riuscito a limitare il più possibile gli effetti speciali visivi, dando invece spazio all’agilità, alle acrobazie, a quella sensazione di avventura misteriosa (cripte sotterranee, giungle infide, tuffi nelle cascate, duelli con la sciabola tra auto affiancate che corrono sul ciglio di un burrone e così via), l’ambiente ideale nel quale Indy si muove perfettamente a suo agio. Cercare di riassumere la trama del film è impresa improba e che spesso rischia di cozzare contro la logica, per cui diremo solo che Jones è ancora un professore universitario negli anni ’50, periodo in cui è ambientata la vicenda. Un gruppo di militari russi infiltratisi sotto mentite spoglie, capeggiati dalla feroce colonnello Irina Spalko (Cate Blanchett), lo rapisce perché possa spiegare un mistero che permetterebbe ai sovietici di controllare il mondo. Irina Spalko è agile come una ginnasta e maneggia la spada come D’Artagnan. In compenso picchia come Tyson ed è circondata da una cricca di bestioni spietati. L’azione si sposta dagli Stati Uniti al Sud America (ah, le belle linee rosse sulle mappe mentre l’aereo vola!) e coinvolge vecchi amici, un giovane sbruffone e una vecchia fiamma ancora molto affascinante. E in più, citazioni a tutto spiano e uno splendido “coupe de théâtre” finale. Dire di più è superfluo, credeteci. Molti a questo punto si chiederanno in quale posizione di gradimento sta questo film rispetto agli altri (ognuno ha la sua piccola classifica personale). Non so dirlo: personalmente ricordo ancora l’esaltazione che mi procurò “I predatori dell’Arca perduta”, ma probabilmente perché non avevo mai visto niente del genere che fosse così appassionante. Fatto salvo quello, trovo che ancora il genere “Indiana Jones” sia una delle cose più avvincenti che Hollywood abbia saputo inventare dal 1981 ad oggi. ,Beppe Musicco