Sono ormai passati 15 anni da quando Steven Spielberg ha rimesso il cappello sulla testa di Indiana Jones per farlo tornare sul grande schermo (per chi se l’è perso, si trattava di Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo). Indiana Jones e il quadrante del destino, diretto da James Mangold, è ambientato nel 1969, al tempo dello sbarco sulla Luna: Indy – ovviamente intepretato ancora una volta da Harrison Ford – vive da solo a New York, insegna ancora archeologia ed è sull’orlo della pensione, quando all’università si presenta la sua figlioccia Helena Shaw (Phoebe Waller-Bridge). Helena è la figlia di Basil (Toby Jones), un collega archeologo ossessionato fino alla morte dal quadrante di Archimede, noto anche come Antikythera, un dispositivo che pare poter individuare le fessure nel tempo. Come suo padre, Helena vuole trovarlo anche se le sue motivazioni non sono esattamente quelle dello studioso (vuole venderlo per ricavarne una montagna di soldi). Basil Shaw e Jones erano saliti durante la guerra in Europa a bordo di un treno nazista che trasportava un’impressionante quantità di tesori rubati da tutta Europa. Dopo essersi scontrato con alcuni soldati, Jones aveva individuato l’Antikythera, ma quel che c’era sul treno era solo la metà, ed era in possesso del fisico nazista Jürgen Voller (Mads Mikkelsen), che dopo la guerra era stato assoldato dagli americani per costruire missili.

La trama familiare del film, incentrata su Indiana Jones che gira per il mondo, rintraccia o elude i nazisti alla ricerca di un misterioso manufatto che realizzi il loro sogno di dominio del mondo, esiste principalmente per solleticare la nostra nostalgia collettiva. Non per niente c’è anche Ethann Bergua-Isodore, nei panni del giovane Teddy, che entra nel ruolo del ragazzino precedentemente ricoperto da Ke Huy Quan nei panni di Shorty ne Il tempio maledetto, anguille striscianti che sostituiscono i serpenti, una sosta in Marocco che prevede una riunione con il vecchio amico Sallah (John Rhys-Davies) e un’altra sequenza di inseguimento che richiama deliberatamente l’iconografia delle sequenze ambientate in Egitto da I predatori dell’arca perduta.

Nel corso della sua ragguardevolissima durata di 154 minuti, Il quadrante del destino fa bella mostra di tutti gli spunti (musicali, iconici, di espressione mimica e fisiognomica) che hanno definito la serie di Indiana Jones. E viaggiando dagli Stati Uniti al Marocco, alla Grecia e infine alla Sicilia, il film trova una varietà di sfondi per le innumerevoli e lunghe sequenze d’azione che coinvolgono spettatori grandi e piccini. Mangold ahimè non è Spielberg, quindi questa raffica di lunghi inseguimenti non è né visivamente troppo dinamica né emotivamente entusiasmante come nei precedenti film, sovraccaricata dal peso di troppi effetti speciali digitali che, se comunque efficaci e a regola d’arte (questo per dire che sono comunque meglio di tante altre scene simili che troviamo in tutti film di Hollywood), non giustificano appieno una durata del film di almeno 30’ superiore ai precedenti.

Ma Harrison Ford c’è e si vede, anche se solo per mettere la parola fine alla serie. E sicuramente è una gioia ammirarlo, alla tenera età di 80 anni, ancora eseguire acrobazie, pur riconoscendo i limiti del suo corpo. Mads Mikkelsen, affiancato da alcuni pesi massimi, è un ottimo cattivo e un grande avversario. La Waller-Bridge è elegante ed arguta (proprio come in Fleabag). C’è anche un lungo cameo di Antonio Banderas nei panni di un capitano di mare spagnolo. Rimane un’unica domanda irrisolta. Ma non potevano scegliere un italiano per interpretare il siracusano Archimede?

Beppe Musicco

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