Difficile la vita per Aria, con due genitori come i suoi. Artisti e irresponsabili, incapaci non solo di educare ma anche di un minimo di affettività. E isterici, litigiosi, perfino ridicoli agli occhi delle figlie: Aria, che ha 9 anni, l’adolescente e perfida Lucrezia che il padre ha avuto con un’altra donna, e Donatina che la madre ha avuto con un altro uomo (interpretata da Anna Lou Castoldi, figlia della regista Asia Argento). Gli anni 70 sono finiti – il film è ambientato nel 1984 – ma i due squinternati genitori non se ne sono accorti. E quindi libertà reciproche, ovvero tradimenti, trasgressioni e follie varie sono il tratto caratteristico di un menage destinato presto a rompersi. Le figlie più grandi seguono i genitori naturali, mentre Asia – figlia di entrambi, ma voluta da nessuno – viene sballottata tra le due case, con il suo zaino e il suo inseparabile gatto nero in una gabbietta. Con un padre che pensa solo alla sua carriera da attore (“cane”, come gi dice l’ex moglie: e Gabriel Garko in tale parte, paradossalmente, per la prima volta recita bene…) e una madre musicista (la brava Charlotte Gainsbourg) che passa da un amante all’altro, uno più squallido dell’altro, inevitabilmente Aria punta a fare solo “quello che c…. mi pare”, ovvero a diventare grande difendendosi come può e cercando di capirci qualcosa della vita, delle amicizie, dei sentimenti. È già tanto se non ci lascia le penne, povera figliola.,Presentato a Cannes 2014 nella sezione Un Certain Regard, dove ha suscitato entusiasmo della critica internazionale e dei cinefili francesi (aumentando, crediamo, il senso di distanza di Asia Argento dal mondo del cinema italiano da cui si è sempre sentita respinta), Incompresa è film intrigante per un pubblico sofisticato quanto bizzarro e forse respingente per chi si ferma alla scorza dell’apparenza. Stilisticamente è un mix curioso di stili, tra la rappresentazione grottesca e anche kitsch della vita in famiglia (ambienti e vestiti pacchiani, atteggiamenti sopra le righe, trasgressioni e volgarità) e lo sguardo sul mondo dei piccoli, quasi da film per bambini o per teenager pur con sfumature dark. Un mondo dolce e crudele: è dolce la piccola protagonista Aria (una bravissima esordiente, Giulia Salerno), legatissima all’amica del cuore ma con cui pure le cose non andranno bene; e vittima anche a scuola di soprusi e di ferite, come un sentimento non ricambiato; è crudele il mondo infantile attorno lei, che si adatta e rischia di perdere il suo candore. Ma non del tutto. ,Arrivata al terzo film da regista, Asia Argento (dopo gli acerbi, a essere generosi, ma a tratti interessanti Scarlet Diva e Ingannevole è il cuore più di ogni cosa) cerca una strada più matura con un film angosciante e tenero, divertente e duro, che cita espressamente un classico dell’infanzia come Incompreso di Luigi Comencini e – nonostante per la prima volta non ci sia lei anche come attrice, ruolo in cui a nostro parere ha qualità non ancora sfruttate al meglio – sembra autobiografico come pochi. Anche se lei nega e si arrabbia quando glielo si fa notare. Ma i due genitori sembrano proprio i suoi, il regista Dario Argento (che ovviamente non somiglia per niente a Garko, ma nevrosi, isterie e superstizioni sono tutte sue…) e l’attrice Daria Nicolodi (lei invece somiglia a Charlotte Gainsbourg, fin dal taglio di capelli) che si lasciarono proprio in quegli anni, le sorelle erano proprio una dell’uno e una dell’altra (la povera Anna, che morì in un incidente stradale). Nel 1984, quando i fatti si svolgono, Asia aveva proprio 9 anni. E se aggiungiamo che tra i suoi vari nomi c’è anche Aria…,Ma la molla personale rende solo sincero un quadro confuso e anche pasticciato, volutamente, che anche con i suoi difetti rende il disagio di una bambina quasi ragazzina ma non ancora adolescente, buttata in un “gioco” più grande di lei; e il disastro di una famiglia che va in pezzi con superficiale noncuranza. Dalla trasgressiva Asia, in fondo, arriva il giudizio più morale e disarmante del disastro causato da una cattiva educazione; anzi, da un totale lassismo dei rapporti. E la frase finale, che qualcuno ha scambiato per furbata autoassolutoria, è invece una spiazzante e personalissima richiesta di affetto che non ci ha lasciato affatto indifferenti, ma che accresce la nostra simpatia per un personaggio così contraddittorio e interessante del nostro cinema.,Antonio Autieri