Se Matrix, e poi i suoi due seguiti, hanno segnato e cambiato la fantascienza e i film d’azione degli anni a cavallo tra la fine dei 90 e il decennio successivo, con Inception di Christopher Nolan questi generi fanno un salto di qualità ulteriore. Nell’uso degli effetti speciali e della storia, o meglio nell’uso di effetti speciali funzionali – finalmente – alla narrazione. Un po’ come in Avatar – che però è fantascienza “tout court” – ma senza bisogno del 3D. Anzi, l’impressione generale è che Inception sia già un film tridimensionale senza bisogno (per fortuna) di essere proiettato in 3D. Il merito è della sua eccezionale originalità e della fantasia di Nolan come sceneggiatore e come regista (tra i migliori di questo inizio di XXI secolo). Capace di non cambiare mai, dai primi film indipendenti come il bellissimo Memento a blockbuster come Il cavaliere oscuro. Sempre con un tasso di creatività, e anche di umanità, straordinario.

Sì, perché la differenza con film come Matrix e simili (che pure ci conquistarono a suo tempo: almeno il primo episodio, e con sprazzi degli altri due), è che nonostante una costruzione così complicata – ma coerentissima – da richiedere più visioni per raccapezzarsi (possibilmente su grande schermo per apprezzarne l’incredibile spettacolarità), di Inception rimane vivida a fine proiezione non tanto o non solo la trama (difficilmente raccontabile, peraltro) ma le ansie e i dolori, ovvero l’anima del protagonista. Un Leonardo Di Caprio come sempre molto bravo nei panni di Dom Cobb, a capo di un gruppo di “ladri” particolari, che entrano nei sogni altrui per rubare idee dal subconscio. Abilità particolarmente apprezzata da spie politiche e industriali. Ed è un ricco industriale giapponese, cui sono stati pestati i piedi, che impone a Cobb e ai suoi l’operazione inversa nei confronti di un rivale: non rubargli un’idea ma innestargliela (ovvero l’azione di “inception”), convincendolo a fare a pezzi il suo impero appena ereditato dall’arido padre. In queste azioni pericolose si ci si trova a Parigi come su una montagna innevata, si rischia spesso di morire ma sapendo come fare a risvegliarsi. Ma i colpi di scena sono innumerevoli…

Meglio non dire di più, per esempio non svelare troppo sul rapporto di Cobb con la moglie defunta (che rivede in vari sogni). Che ricorda un po’ quello di un altro suo recente personaggio di Di Caprio, quello di Shutter Island, ma in maniera molto più convincente e commovente. Inception è un film che chiede molto allo spettatore (l’inizio è alquanto oscuro), un’attenzione costante per non perdere passaggi e nessi. Ma che regala un’opera originale e avvincente, e anche appunto emozionante per gli snodi umani sottesi. Sono tanti gli spunti di interesse che si scoprono via via: il bruciante senso di perdita del rapporto appunto tra marito e moglie, a causa di un misterioso dramma che si rinnova (e anche con i figli del protagonista, cui è da tempo lontano), la relazione tormentata di un figlio con il padre che non lo stima per nulla, la solitudine e difficoltà di stare nella realtà di molti personaggi ma anche i rapporti di amicizia tra Cobb e gli uomini (e poi una giovane donna) del suo staff, e perfino di rispetto e onore tra persone che sembrano combattersi. A ciò si aggiunga la qualità artistica e tecnica del film: detto dell’ennesima grande regia di Nolan, è da sottolineare la prova di tutto il cast, da Di Caprio a Joseph Gordon-Levitt (500 giorni insieme), da Ellen Page (la giovane protagonista di Juno) a Cillian Murphy, da Ken Watanabe a Marion Cotillard (che si vede poco, però), da Tom Hardy a Michael Caine e a tanti altri. Ma anche fotografia e colonna sonora (del premio Oscar Hans Zimmer) sono di altissimo livello. Che il film sia stato negli Stati Uniti uno dei successi del 2010, tanto da sconfiggere film d’azione più “facili”, non sorprende affatto e anzi rincuora.

Antonio Autieri