Dramma adolescenziale on the road con al centro la vicenda di un ragazzo, Ben (interpretato da Rupert Grint, il rosso amico di Harry Potter), un ragazzo timido e frustrato soggiogato da una madre iperbigotta, e la storia di solitudine e di dolore di Evie, una vecchia gloria del cinema abbandonata da tutti. Soggetto (dello stesso regista, l’esordiente Jeremy Brock, anche sceneggiatore) stravecchio, anzi stravecchissimo: il ragazzo alla scoperta della vita, la vecchia donna progressista che introduce il ragazzo alla scoperta della bellezza: l’arte, l’amicizia, il sesso. No, non allarmatevi: In viaggio con Evie non è, per fortuna, una storia d’incesto perché il ragazzino finirà sì a letto ma con una quasi coetanea in quella che forse è la sequenza meno probabile del film (un’occhiata, una sera in disco e subito a letto). Il film di Brock è semplicemente modesto. Crepuscolare, ma modesto. Dice poco e quello che dice, lo dice senza convinzione: fustiga senza pietà il moralismo di certa chiesa d’Inghilterra che predica bene ma razzola malissimo, infarcisce il film di personaggi di contorno improbabili se non vere e proprie macchiette (il prete con la faccia e il fisico da modello, l”ospite” anziano, la compagna di letto di Ben). Fa meglio con il protagonista, tratteggiato delicatamente nel rapporto complesso, vagamente edipico, con la madre. Ma altre cose stonano: in particolare il regista, forse per inesperienza, gioca male coi registri narrativi e nel rapporto tra Evie e Ben, fulcro centrale del film, miscela male ironia e dramma, spesso spingendo sul tasto di un patetismo che non aiuta a scavare nei personaggi. Poco convincente il finale buonista. Stranamente male anche gli attori, la Walters soprattutto: se Grint sta crescendo e riesce a essere credibile in un ruolo difficile, Julie appare sfuggente e gigiona. Un peccato, perché il ruolo da vecchia, dimenticata gloria del cinema, sulla carta, poteva andarle a pennello. ,Simone Fortunato