Non è facile parlare di Michael Cimino, un regista la cui carriera, anche in un posto non comune come Hollywood, è stata perlomeno particolare. Dopo studi in architettura e arti drammatiche, ha scritto sceneggiature, la cui più nota è quella del film con Clint Eastwood Una 44 magnum per l’ispettore Callaghan, nel 1974 ha diretto un bel film ancora con Eastwood (Una calibro 20 per lo specialista) e poi, nel 1978, Il cacciatore: 9 nomination, 5 Oscar e un successo planetario per un film che parlava di come la guerra nel Vietnam aveva cambiato un piccolo gruppo di amici, operai nelle acciaierie e appassionati di caccia al cervo. Dopo un botto del genere, Cimino capì che poteva chiedere la luna e gliel’avrebbero servita su un piatto d’argento. Lo fece con la United Artists, la casa di produzione fondata da Charlie Chaplin, e il risultato, I cancelli del cielo fu un film visivamente bellissimo, di una lunghezza esasperante (anche coi tagli si superarono le tre ore), ma soprattutto un tale fiasco al botteghino che la United Artists fallì, e il nome di Cimino a Hollywood divenne tabù per lungo tempo. Poi girò il dignitoso L’anno del dragone, il pessimo Il siciliano e un paio di altri film (Ore disperate e Verso il sole) che forse adesso che è morto verranno studiati e recuperati, ma di certo prima non se li è filati nessuno. Nel 2002 è uscito un suo romanzo, “Big Jane”. Alla presentazione italiana me ne regalò una copia autografata. L’ho iniziato e rimesso sullo scaffale almeno cinque volte (e chi mi conosce sa che sono un lettore tenace), ma giuro che quest’estate ricomincio e non mollo fino all’ultima pagina. Di Michael Cimino probabilmente si possono dire tante cose, e che il suo modo di raccontare per immagini, e certi suoi tagli di inquadratura nel rappresentare un personaggio rimarranno di esempio. Io so solo che quando nel 1979 al cinema vidi Il cacciatore, pensai che avrei voluto una barba come De Niro e degli amici come quelli del film, con cui ridere, giocare a biliardo, fare scherzi stupidi, cantare a squarciagola “Can’t Take My Eyes Over You” e che nel momento del bisogno ti sarebbero venuti a cercare fin nei bassifondi di Saigon. Ho avuto tutte queste cose, e senza bisogno di andare fino a Saigon. Mi ritengo fortunato, e anche un po’ debitore nei confronti di Cimino. Era un uomo che dietro a una certa spavalderia lasciava intuire un tormento. Spero abbia trovato la serenità che cercava.

Beppe Musicco