Le complicanze del Covid hanno portato ieri alla morte di Kim ki-duk (1960-2020): il regista sudcoreano – che si trovava in Lettonia – avrebbe compiuto tra pochi giorni, il 20 dicembre, 60 anni. Molto apprezzato dai festival – tra gli altri premi ricordiamo il Leone d’Oro vinto a Venezia nel 2012 con Pietà – Kim ki-duk, nei suoi film ha messo molti dei suoi turbamenti e delle sue sofferenze, per una cifra molto autobiografica anche se non direttamente esplicita. Una sua dichiarazione rende bene il motivo per cui l’artista, che aveva iniziato la sua attività come pittore in Francia, aveva la necessità di fare cinema: «L’odio di cui parlo non è rivolto specificatamente contro nessuno, è quella sensazione che provo quando vivo la mia vita e vedo cose che non riesco a capire. Per questo faccio film: tentare di comprendere l’incomprensibile».

Arrivato a girare oltre venti film, Kim Ki-duk inizia a farsi conoscere nel 2000 con L’isola (presentato alla Mostra del Cinema di Venezia), che desta scalpore per i temi che affronta come sesso, prostituzione, violenza. Il suo primo film uscito in Italia è Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera (Locarno Film Festival, 2003), amara riflessione sulla vita e sulle stagioni che passano che lo lancia a livello internazionale. Inizia per lui un periodo fervido con La samaritana (Orso d’Argento al Berlino Film Festival nel 2004, ancora sesso, prostituzione, incomunicabilità al centro della storia) e con Ferro 3 – La casa vuota (Leone d’Argento per la regia a Venezia nello stesso anno, film sull’incontro di due persone sole), cui segue nel 2005 L’arco (Festival di Cannes). Caduto in depressione per una drammatica situazione avvenita sul set di un suo film (Dream, 2008) in cui un’attrice rischiò di morire soffocata, il regista torna nel 2011 con un sofferto documentario autobiografico Arirang (vincitore a Cannes della sezione Un Certain Regard), in cui mette in scena il suo disfacimento dopo la tragedia e la difficoltà di riprendere a vivere. La consacrazione festivaliera arriva nel 2012, con il Leone d’Oro a Venezia con Pietà; film simbolicamente ispirato alla Pietà di Michelangelo, in cui si racconta il misterioso rapporto tra un uomo violento e una donna che sostiene di essere sua madre. Con la morte di Kim Ki-duk, il cinema perde un regista spigoloso, disturbante e di non facile approccio, ma con un’idea di racconto molto originale.

Aldo Artosin