Pochi registi al mondo sono stati capaci di rappresentare lo spirito di una nazione, di parlare come la coscienza di un popolo oppresso, e Andrzej Wajda – scomparso la sera del 9 ottobre a 90 anni d’età – era certamente uno di questi. Nato nel marzo 1926 in una cittadina al confine con la Lituania, visse da protagonista la resistenza contro i nazisti e i sovietici, che a tenaglia avevano occupato la Polonia da est e da ovest. Dopo la guerra si dedicò agli studi artistici prima di iscriversi alla prestigiosa scuola di cinema di Łódź. Fin dai suoi primi film manifestò la capacità (che divenne poi una costante nelle sue opere) di analizzare e rendere pubblico il desiderio di libertà e la drammatica situazione del paese, devastato dalla guerra, smembrato e infine costretto al silenzio da un opprimente regime politico, i cui governanti obbedivano direttamente a Mosca. Lunghi anni di limitata attività lo attendevano dopo i successi de I dannati di Varsavia (1957) e Cenere e diamanti (1958). Ma nel 1977, sfidando la censura, uscì L’uomo di marmo, film che per primo alzava il velo sulla contestazione al regime comunista polacco, seguito nel 1981 da L’uomo di ferro, col quale il regista si schierava apertamente col movimento di Solidarnosc e il suo portavoce Lech Wałęsa. Una decisione che portò alla chiusura governativa della casa di produzione, ma non impedì al film di vincere la Palma d’Oro al Festival di Cannes del 1983. Sfidando sempre il regime, continuò a mostrare gli effetti della politica e il passaggio alla dittatura e al terrore con Danton (1983) con Gérard Depardieu. Dopo la caduta del comunismo, non esitò a rivelare il dramma degli ufficiali dell’esercito polacco massacrati dai russi in Katyn. Oscar alla carriera nel 2002, un maestro per molti altri registi  della nazione (Skolimowski, Polanski, Kieslowski, solo per citarne alcuni). Sentieri del cinema gli rese omaggio con una serie di proiezioni di Katyn, senza le quali la cui uscita in Italia sarebbe passata inosservata, e con la distribuzione di Tatarak, un film nel quale il regista rivelava tutto il suo amore per la recitazione e il lavoro del set. Nonché con alcune anteprime milanesi del suo ultimo film uscito in Italia, dedicato all’eroe polacco suo carissimo amico: Walesa – L’uomo della speranza. Ma tra pochi giorni al festival di Roma sarà proiettato il suo film di commiato, ormai postumo: Afterimage (Powidoki), dedicato al pittore Władysław Strzemiński, uomo di straordinario carisma e vittima delle persecuzioni del regime comunista nel dopoguerra per non aver adeguato la sua arte astratta ai dettami del realismo socialista. Un altro inno alla libertà.

Beppe Musicco