Il direttore vendite della pubblicità di una rivista sportive è un uomo arrivato: ha 50 anni, un ottimo lavoro che gli da soddisfazioni professionali ed economiche, e una bella famiglia. Ma la casa editrice viene assorbita da una multinazionale e il boss nomina un nuovo direttore: ha 26 anni e per far risparmiare l’azienda deve tagliare molte teste.

Ci sono alcune cose che stupiscono positivamente in questo film: la prima è che il regista Paul Weitz, che ha firmato una commediaccia come American Pie e un film bello ma anche divertente come About a Boy, si cimenta con un tema delicato, che affronta ancora la paternità, ma tratta non banalmente anche il lavoro. La seconda è scoprire che Dennis Quaid, che visto recentemente in altre pellicole aveva l’aspetto decisamente “bollito”, nel ruolo del cinquantenne padre di famiglia trova una sua collocazione riuscita e credibile. Il film attacca subito mettendosi dalla sua parte: Dan (Quaid) è tranquillo e preoccupato al tempo stesso, ha un bel lavoro, ma due mutui sulle spalle (la casa e gli studi della figlia universitaria), una bella famiglia (moglie e tre figlie), ma quando scopre buttando la spazzatura la scatola di un test di gravidanza istintivamente si preoccupa per la figlia maggiore. Scoprirà invece (e che shock!) che diventerà padre per la quarta volta. A questa situazione, complicata, ma tutto sommato “naturale”, si aggiungono invece problemi lavorativi che si sommano ai personali: da direttore diventa assistente del suo nuovo “capetto” (non può andarsene sbattendo la porta: ha due mutui), assiste al licenziamento dei suoi colleghi, ma soprattutto scopre che il giovane rampante ha una storia con sua figlia.

Il film affronta con cura le vicende, affrontando i punti di vista dei personaggi e approfondendoli con cura: Topher Grace, che impersona il 26enne rampante Carter, non è il solito insopportabile saputello o l’arrivista spietato, ma ha un fondo di ingenua umanità che lo rende quasi simpatico. E poi c’è Scarlett Johansson, che con la sua quieta bellezza suscita la muta attenzione di chi gli sta intorno, portando la storia amorosa tra lei e Carter verso un’inaspettata conclusione. In definitiva In good company, pur essendo una semplice commedia, riesce a dire cose non banali sul lavoro e sugli affetti, riuscendo a essere più convincente di tanti analoghi tentativi, anche italiani. Solo il cinema americano, in effetti, sa “rischiare” sul versante della ricerca del padre in modo così scoperto e disarmato: solo in un (bel) film americano come questo, un 26enne apparentemente antipatico e dedito solo al successo si rivela un ragazzo che soffre per non aver mai avuto il padre. E ringraziare il 50enne rivale nel lavoro per averne fatto, per un tratto di strada, le sue veci.

Beppe Musicco