L’eroe dalle doti straordinarie, Teseo, c’è; la missione, recuperare un mitico arco dagli incredibili poter, pure; il cattivo, perfidissimo, sfregiato e magniloquente, Iperione, anche. Dall’alto gli dei dell’Olimpo guardano con benevolenza le imprese del giovane predestinato affrontare la sua grande avventura.,Gli elementi del mito, più o meno, ci sono, quello che manca del tutto in questo film è una vera storia e soprattutto un senso che muova le azioni dei personaggi.,È difficile trovare le parole per commentare una pellicola, visivamente impressionante (anche se con qualche caduta tecnica su scenografie ed effetti speciali) ma imbarazzante e sconclusionata dal punto di vista dei contenuti, e che fa sembrare le precedenti incursioni hollywoodiane nella mitologia e nella storia greca, Troy e 300 dei capolavori in termini di immagine e struttura narrativa.,Persi in spazi e geografie che vorrebbero essere metafisiche e invece sono solamente improbabili (i Greci sembrano abitare solo in piccoli villaggi sul ciglio di scogliere altissime, anche se pare ci siano pianure a disposizione in quantità), i personaggi della storia si muovono secondo una trama priva di logica, che si diverte a sparare alla rinfusa riflessioni improbabili sul libero arbitrio e l’intervento divino (o mancato tale) nelle vicende umane.,A un certo punto, forse per chiarire bene le cose, il padre degli dei Zeus enuncia la sua filosofia di (non) azione: astenersi completamente dagli interventi nelle faccende umane come segno di fiducia nella loro autonomia. Inutile che si lamentino gli umani se le preghiere non funzionano: come certi genitori cresciuti alla pedagogia degli anni Sessanta, Zeus e i suoi se ne staranno a guardare senza alzare un dito mentre gli umani muoiono e si ammazzano, giusto per dimostrare quanto rispettano la loro libertà.,Se gli dei sono confusi, tra gli esseri umani sembra regnare da un lato la miscredenza (che unisce il buon Teseo, causa traumi infantili, e il cattivo Iperione, causa lutto) dall’altra una religione che si manifesta per lo più in una superstizione un po’ ottusa, ma che trova una sua misteriosa espressione anche nelle profezie della vergine Sibilla (che da tradizione stava in Italia, ma in tanto scempio perché preoccuparsene).,La ragazza, che pure rappresenta la “voce” della fede nella divinità e che con il suo dono potrebbe risultare di una certa utilità nel confronto finale, un minuto dopo aver catechizzato Teseo sul suo destino decide che tutto sommato prevedere il futuro è una maledizione e decide di liberarsi in un sol colpo di verginità e preveggenza grazie ai suoi volonterosi servigi.,La trama elementare è comunque difficile da seguire, con personaggi che entrano in scena giusto il tempo di pronunciare frasi magniloquenti e poi scompaiono o si muovono senza una vera meta e ragioni plausibili. A controbilanciare la mancanza di logica e a tener desta l’attenzione dello spettatore, un profluvio di teste tagliate, uomini e donne sfregiati, bruciati, torturati, evirati o stuprati, botte da orbi sulla terra, in cielo e sottoterra in un tripudio di budella in esposizione che l’effetto poco realistico della rappresentazione non rende meno fastidiosi.,La regia di Tarsem Singh, al solito schiava dell’immagine a effetto più che della storia, denuncia pesantemente la sua ascendenza dai videoclip e non aiuta una sceneggiatura già di per se zoppicante. Gli autori sono greci ma questo a quanto pare non li ha aiutati. Difficilmente, infatti, si sarebbe potuto trasformare in modo così goffo l’universalità immaginifica e feconda del mito greco in una pseudo-parabola animata da uno spiritualismo d’accatto, che serve da collante minimo per una serie di quadri privi di reale significato.,Laura Cotta Ramosino