Francia di metà ‘800. Lucien, proveniente da una famiglia di stampatori di provincia, è un giovane ricco di sensibilità, aspirazioni e sogni d’amore. Con il sostegno di una nobile mecenate sua amante, Lucien fa il suo ingresso nel fiorente mondo dell’editoria parigina, tanto affascinante quanto volubile e trasformativo.

Presentato in concorso alla 78ma edizione della Mostra di Venezia ma rimasto a bocca asciutta, Illusioni perdute è l’adattamento dell’omonimo romanzo di Honoré de Balzac. Classicissimo nella trasposizione, il film diretto da Xavier Giannoli è quasi un cine-libro, che non cerca una chiave pop ma si limita a seguire le orme del grande autore francese. Quella di Lucien è infatti una canonica storia di formazione e caduta, con un giovane provinciale e ambizioso che nel ricrearsi nella città dalle mille possibilità rischia tuttavia di smarrire se stesso. Purtroppo la seconda metà, dedicata alla lenta parabola discendente e appesantita da un’invasiva voce narrante, perde lo smalto rispetto alla più grintosa prima parte. Vero punto di forza del film, invece, è il ritratto del rampante mondo letterario parigino, capace di regalare anche momenti di ritmo e divertimento. La Francia dell’800 non sembra poi così lontana, guardando ai suoi giornalisti brillanti ma volubili, pronti a vendere la creatività per denaro e prestigio.

Nonostante la messa in scena convenzionale, Giannoli dimostra allora una certa padronanza del mestiere, consegnandoci un vivace ritratto del quarto potere ai tempi della Restaurazione. Le sue Illusioni perdute, per quanto restino nell’ombra della penna di Balzac, possono fare affidamento anche su un cast di prima scelta. Accanto al volto fresco di Bejamin Voisin (Estate ’85), che rivaleggia con il pennivendolo di Xavier Dolan, ci sono infatti pietre miliari come Cecile de France e soprattutto Gérard Depardieu, qui nei panni dell’editore navigato ma che non sa né leggere né scrivere.

Roberta Breda