C’è da dirlo, la primissima sequenza è accattivante: tra le ombre di una fitta boscaglia si fanno strada, vagando come mummie, le sagome inquietanti di persone dai volti parzialmente o interamente coperti da fasciature; emergendo dalla selva, le ‘mummie’ si rivelano essere i pazienti di una clinica di bellezza svizzera. Non darebbe alcun fastidio l’estensione a tutto il film della ricerca del grottesco che anima l’impatto iniziale, se non fosse che già dopo pochi minuti si ha l’impressione che tale ricerca sia finalizzata perlopiù a nascondere una storia sciapa e dal fondo moraleggiante. Questa la trama: la viziata conduttrice di una trasmissione incentrata sulla chirurgia plastica viene messa alla porta, perché ritenuta responsabile del calo degli ascolti («il tuo volto ha stancato»); mentre torna a casa, la donna subisce un bizzarro incidente automobilistico in cui è ferita al viso. Il marito, (neanche a dirlo) chirurgo plastico, decide di approfittare dell’avvenimento e le propone un piano per volgere la sorte a loro favore.,Il volto di un’altra appartiene a quel tipo di cinema che sembra fare del ‘vorrei ma non posso’ un manifesto programmatico: Pappi Corsicato, qui, vorrebbe realizzare un film grottesco, ma anche un film di denuncia, e insieme una commedia demenziale, nonché un film intellettuale ricco di citazioni… vorrebbe, soprattutto, essere Pedro Almodovar, di cui fu assistente alla regia nell’ormai lontano 1990 e a cui da allora guarda come a un punto di riferimento imprescindibile. Ma se l’Almodovar di Légami è difficile da replicare oggi anche per Almodovar stesso, figuriamoci per Corsicato, un regista che, nel processo creativo, antepone le citazioni cinematografiche all’ideazione della trama (definita «un pretesto»), dimostrandosi evidentemente disinteressato a rendere le intuizioni estetiche funzionali a una sceneggiatura forte. ,Peccato che le prove migliori del suo beniamino siano determinate proprio dalla coerenza con cui rimandi cinematografici, pittorici e letterari sono calati nella narrazione; una coerenza che, spesso, l’eccentrico regista spagnolo trova nel senso dell’assurdo, o nell’alternanza tra comicità e tragedia. Corsicato, invece, non solo vede le molte citazioni come un semplice divertissement, ma accompagna visioni grottesche ‘alla Almodovar’ a una satira del mondo contemporaneo dalle argomentazioni banali e dallo sguardo bacchettone, che di divertente ha davvero poco. La recitazione degli attori è pressoché inesistente, e gag e dialoghi a tratti agghiaccianti non sono certo d’aiuto. ,La critica alla società dell’apparire è un tema ormai trito e ritrito, che per indurre alla riflessione meriterebbe una trattazione più ragionata o quantomeno originale (la protagonista si chiama Bella, la clinica ‘Belle vie’… che noia). Inoltre, l’insistenza con cui il regista si serve di un mondo surreale solamente per far emergere la morale della storia attesta il distacco con cui quello stesso mondo viene approcciato: in questo sta, forse, la vera differenza abissale tra Corsicato e Almodovar., ,Maria Triberti