Siamo a Milano. Steph è un giovane deejay di Radio 105 e ha molto successo con il suo programma serale. Durante una trasmissione riceve la telefonata di Carlo, un uomo che gli preannuncia l’intenzione di suicidarsi, facendo esplodere una bomba che causerebbe molti morti. Avvisati i carabinieri, in studio si presenta il colonnello Rosa Amedei che, insieme a Steph, cerca di venire a capo di questa situazione delicatissima, stando al gioco di Carlo e dialogando con lui via radio. L’uomo, che ha un passato drammatico alle spalle, non sembra intenzionato a fare passi indietro e tiene in scacco sia il dj che il colonnello, fino a svelare qualcosa di sconvolgente…

Opera seconda di Giacomo Cimini, dopo l’esordio nel 2004 con Red Riding Hood – Cappuccetto Rosso, Il talento del calabrone è un thriller che corre sul filo del telefono, un po’ come visto nel recente Il colpevole di Gustav Möller. Una vicenda drammatica che si concentra in poche ore e che vede Sergio Castellitto nei convincenti panni di Carlo; con la sua recitazione spesso sussurrata, trattenuta e drammatica, sa rendere bene il personaggio che è il perno di tutta la storia. È lui il vero mattatore nei confronti con il deejay. Thriller di questo tipo, però, in cui non c’è azione ma la suspense è trasmessa dai dialoghi telefonici, avrebbero bisogno di una sceneggiatura molto più efficace di quanto non accada ne Il talento del calabrone. Se il personaggio di Castellitto è ben scritto e rappresentato, lo stesso non si può dire di Steph (Lorenzo Richelmy non riesce a rendere bene il dramma della situazione) e di Rosa Amedei (Anna Foglietta); soprattutto la Foglietta – attrice di alto livello – non è sembrata a suo agio nei panni del colonnello dei carabinieri, in particolare nei passaggi di tono più tesi (gli scontri tra lei e Steph stonano nel contesto della storia).

Arrivando al finale, il film di Cimini riserva un colpo di scena sorprendente che avrebbe meritato ben altro pathos, visto il tema delicato che affronta, e che fa rimanere lo spettatore un po’ con l’amaro in bocca per un film dalle buone premesse non mantenute fino in fondo.

Aldo Artosin