Giovane scrittore e aspirante docente universitario, Lucio si adatta a insegnare come supplente in un liceo del quartiere in cui è cresciuto, nella periferia di Buenos Aires, al posto del padre Roberto da poco in pensione e gravemente malato. Gravato anche dalla separazione dalla moglie e con una figlia che cresce insicura e inquieta, ma accolto con simpatia e bonaria ironia dai colleghi («benvenuto nella barbarie…»), Lucio si trova ad affrontare una classe di ragazzi totalmente disinteressati alla letteratura e immersi in problemi di ogni tipo, dai disagi personali a pesanti situazioni familiari. Quando sembra iniziare a entrare in sintonia con la classe, viene trovata a scuola una grande quantità di droga: l’irruzione della polizia, le indagini, le minacce di una gang criminale a un ragazzo che è finito in un gioco pericoloso… L’appassionato Lucio deve cercare di aiutare i suoi allievi (che va anche a cercare a casa loro, quando serve) in mezzo a mille pressioni e preoccupazioni.

Settimo film del  regista cinematografico e sceneggiatore argentino Diego Lerman, ma primo ad uscire in Italia, Il supplente è solo l’ultimo dei tanti film sul mondo della scuola. Come altri (il francese La classe, per citarne uno) colloca la tensione educativa del docente in un contesto socialmente disagiato, segnalato anche visivamente dallo squallore del quartiere e degli ambienti interni; ed è interessante che, rispetto ad altri film “scolastici”, in questo caso si veda anche l’origine di tale tensione nel rapporto con il padre Roberto, “il Cileno”, che dopo tanti anni di insegnamento si dedica a un’impresa non meno importante quale l’apertura di una mensa per poveri (e anche questa attira le “attenzioni” della criminalità). Niente di nuovo, si direbbe: le qualità ci sono, sia dal punto di vista registico con una messa in scena mai banale che dal punto di vista delle interpretazioni (oltre al protagonista Juan Minujín da citare soprattutto il “padre” Alfredo Castro, già visto in molti film cileni e sudamericani).

Il ritmo a tratti si sfilaccia e la storia non riesce a coinvolgere come potrebbe, mentre il tono generale è un po’ prevedibile e didascalico, con soluzioni narrative a volte un po’ scontate. A parte l’ultima scena, guarda caso non parlata: quando davanti all’ultimo compito “libero”, dopo una lezione sull’anima, il “supplente” guarda ammirato e commosso i suoi studenti, incredibilmente seri e impegnati. Come sempre quando un giovane è catturato da una proposta umanamente interessante.

Antonio Autieri

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