Non riesce proprio ad accettare quella tragedia, Aaron, giovane dal carattere chiuso che è sopravvissuto alla morte di cinque compagni di lavoro su un peschereccio, al largo delle coste scozzesi. Sensi di colpa dilanianti, acuiti dal trauma di aver perso in quell’incidente il fratello maggiore Michael, suo punto di riferimento quasi morboso; tanto da passare tutto il tempo con lui e la sua ragazza. Lei, per un po’, cerca di aiutarlo ad elaborare il lutto, anche per confortare se stessa; ma anche questa sponda si perde, a causa del padre di lei. Convinto, come tutto il paese, che lui abbia responsabilità nel tragico fatto. Superstizioni, pregiudizi, sguardi cattivi e atti ostili fanno sprofondare Aaron sempre più nel gorgo di un dolore che diventa follia, che neanche una splendida madre – addolorata ma sempre pronta a capirlo e a cercare di aiutarlo – riesce ad arginare. Il ragazzo si convince che il fratello sia ancora vivo, prigioniero di un mostro dell’oceano che lui deve andare a combattere e sconfiggere, come in una vecchia fiaba di quando erano bambini.

Opera prima del giovane scozzese Paul Wright, che conosce bene luoghi e mentalità rappresentate, Il superstite è film teso e angosciante, di grande qualità registica e fotografica: l’autore esordiente mescola immagini al presente, con una fotografia povera che mette in luce la desolazione degli ambienti e dei cuori di una comunità provata dal lutto, con flashback in super 8 dell’infanzia dei due fratelli, immagini dei tg con sequenze tra l’onirico e il fantastico che pescano in un universo quasi paganeggiante, che echeggia miti e leggende ancestrali. Non sempre appassionante e coinvolgente come la storia meriterebbe, il film ha però molte frecce al suo arco: in particolare il protagonista George McKay, che rende bene il carattere e le tensioni di un giovane travolto dagli eventi, dalla malvagità degli uomini e dalle sue stesse fragilità; ma anche la bellissima figura della madre interpretata da Kate Dickie (Red Road, Prometheus).

Film per pochi, da festival (presentato alla Semaine de la Critique a Cannes 2013 e in molti altri festival, e premiato per il miglior regista esordiente ai British Independent Film Awards), ma capace di suscistare emozioni contrastanti e crescenti nella parte finale, quando un’altra tragedia annunciata si compirà; lasciando però anche un alone di misterioso compimento di un destino, magico e umano insieme. Come se quella fiaba si avverasse, e il mostro potesse essere sconfitto da un ragazzo che voleva solo rivedere suo fratello. E forse, alla fine, ci riuscirà davvero. Il tutto accompagnato, in una delle prime scene e poi sui titoli di coda, da quello splendido inno che è “Eternal Father, Strong to Save”, conosciuto anche come “For Those in Peril on the Sea” (da cui il titolo originale del film, For Those in Peril). Note che suggellano di dolore ma anche di sguardo commosso sui destini umani un’opera forse fragile e non facile, ma che potrà lasciare un segno in spettatori sensibili.

Antonio Autieri