È un Francesco di Assisi, futuro san Francesco, ribelle e quasi sfrontato quello che vediamo confrontarsi con papa Innocenzo III agli inizi del XIII secolo. Ed è sprezzante il pontefice, che boccia la regola proposta per “normare” l’ordine francescano in formazione, «buona per i porci». Francesco si confronta con l’amico Elia da Cortona, tra i suoi più stretti seguaci, che lo invita a smussare la regola nei suoi punti meno digeribili (nessun vincolo di obbedienza e nessuna figura di superiore), mentre gli altri confratelli lo incoraggiano a non abbassare il capo («Gesù non è mai stato riconosciuto, non ha accettato compromessi», «fare compromessi con Roma è tradire i nostri voti, dovremmo ascoltare i potenti?»). In gioco l’esistenza stessa della confraternita – il futuro ordine francescano – poco amata dalla Chiesa “gerarchica”.

Come da immagine oleografica più laica che religiosa, tramandata  da tempo, Francesco gioca con gli uccellini e scherza con i bambini, inneggia alla pace. Non solo: urla un po’ invasato anche quando si rivolge a Dio, parla per slogan («Hanno paura della debolezza, ma con la paura il mondo non avrà mai pace») o frasi anacronistiche (a santa Chiara dice: «Vogliono un capo, ma io non lo sarò mai»). Non sono più convincenti i personaggi attorno a lui: papi e vescovi perfidi e loschi (come il cardinale Ugolino, futuro papa Gregorio IX, figura davvero travisata: protesse Francesco in vita e lo canonizzò dopo la sua morte), frate Elia disposto anche a colpi bassi pur di salvare l’Ordine e la regola, fraticelli pronti anche ad alzare le mani contro il “fratello” che punta al compromesso. Quando Elia parla di “combattere” la povertà, un altro gli si scaglia addosso perché la povertà è piuttosto da amare. Alla fine Elia riuscirà nel suo intento, cancellando alcune frasi della regola care a Francesco – sulla povertà e su parecchi riferimenti al Vangelo, quasi del tutto eliminato… – salvo poi pentirsene quando è troppo tardi.

Non si sentiva in effetti il bisogno di un’altra lettura cinematografica, così modesta, della figura di un santo così amato (molto meglio quelle di Rossellini e della Cavani: due, una negli anni 60 e quella anni 80 con Mickey Rourke). E sì che protagonista di questa versione franco-belga-italiana è Elio Germano, in genere convincente e di recente notevole nella parte di Giacomo Leopardi; ma stavolta poco convinto e credibile, e aver doppiato se stesso nell’edizione italiana – la versione originale è in francese – non lo aiuta affatto (senza contare certe scene imbarazzanti, come quella in cui è agghindato con una pelle di volpe). Stesso discorso per Alba Rohrwacher che fa santa Chiara (appena un cameo), davvero spaesata in un film per cui si limita a fare un compitino. Ma altri buoni attori naufragano o non riescono a farsi apprezzare, come i “dardenniani” Olivier Gourmet, senza spessore nella parte del cardinale Ugolino, e Jérémie Renier che pure è forse l’unico che si salva nei panni di Elia – peraltro figura illustrata, perfino nelle scritte sui titoli di testa, con pesanti errori storici – in un’operazione più furba che sentita, magari presa al volo solo per la coincidenza storica di un Papa popolarissimo e amato che si chiama Francesco. Un film di scarsa veridicità storica, che parla di un passato visto con gli occhiali ideologici del presente, e poco interessante anche dal punto di vista religioso. Peraltro, come si può credere a un santo cristiano che – oltre a essere piuttosto livoroso verso l’amico che ha “tradito” – parla di un Dio astratto senza che mai emerga l’amore per Cristo e per la sua Chiesa?

Antonio Autieri