Luna e Amar sono una coppia innamorata; i due giovani vivono insieme nella Sarajevo di oggi. Luna fa la hostess e Amar lavora in aeroporto. Tutto sembra filare liscio fino a quando Amar non viene sospeso dal lavoro a causa dei suoi problemi con l'alcol. Durante la sospensione ritrova per caso Bahrija, un suo ex commilitone nell'esercito che, nel frattempo, è diventato un musulmano osservante wahhabita. Bahrija trova un lavoro ad Amar come insegnante di computer ai bambini in un centro culturale islamico isolato dalla città. Luna va a trovarlo ma dopo un giorno lascia il centro non riuscendo ad accettare il modo di vivere wahhabita. Al ritorno di Amar tra i due non ci sarà più la stessa intesa. Amar inizia a frequentare la moschea, a seguire i precetti dell'Islam tradizionale, a vivere per “diventare un uomo migliore” come dice alla compagna; da parte sua Luna non riconosce più nel compagno l'uomo che ha amato. E neanche l'arrivo di un figlio riesce a raddrizzare i rapporti tra i due…,Sgombriamo il campo da una facile interpretazione. Ne Il sentiero, Jasmila Zbanic, già regista di Grbavica – Il segreto di Esma, non ha voluto fare un film sulla contrapposizione tra un mondo musulmano tradizionale, chiuso e negativo e un mondo più laico, aperto e positivo. Senza dubbio il mondo wahhabita viene rappresentato con i suoi eccessi ed esagerazioni, ma anche quello più “aperto” viene raffigurato con le sue debolezze, imperfezioni e superficialità. Quello che interessa veramente Jasmila Zbanic è focalizzarsi sulla coppia Amar-Luna e su come gli equilibri tra loro cambino quando Amar inizia il suo percorso religioso. Domina una chiara visione pessimista: quello che emerge è che tra questi due modi di vivere non ci può essere comunicazione e scambio e anche i sentimenti e le relazioni più profonde sono destinate a non resistere. Ma c'è un altro piano che la regista vuole raccontare ed è quello del passato legato alla guerra etnica che ha insanguinato i Balcani e che Amar e Luna sembrano aver rimosso. Qui, però, la narrazione si fa meno convincente e anche il momento in cui Luna decide, dopo anni, di andare a visitare la sua casa d'infanzia da cui la famiglia è dovuta fuggire a causa della guerra risulta quasi un fatto estemporaneo, che non riesce a trasmettere il pathos come nelle intenzioni della regista. , ,Stefano Radice