Una spia inglese viene mandato in via punitiva a Panama, dove viene a scoprire informazioni decisive per il controllo dello stretto.,Film di spionaggio lento e a tratti macchinoso, ma girato con intelligenza e interpretato da attori in parte.,Non avremmo scommesso una lira su di un film come Il sarto di Panama; certo, John Boorman è una figura indiscussa nel panorama cinematografico seppur in un'alternanza che negli ultimi anni volgeva verso il basso (soprattutto il non riuscito Dalla parte del cuore, 1990), ma Pierce Brosnan è un lasciapassare per l'indecenza, e i dubbi potevano starci tutti. Ma Il sarto di Panama è stato un'autentica sorpresa. L'ultima fatica di Boorman è un film d'intrattenimento, un film “estivo”, ma girato con intelligenza e con una buona dose d'ironia. Boorman gira uno spy-movie sovvertendo le regole del genere. Brosnan è un anti-Bond: è uno sciupafemmine, non ha un minimo di stile, è immorale, picchia le donne o quando non le picchia fa apprezzamenti piuttosto pesanti; dà appuntamenti al sarto nei luoghi più turpi (prima nel bordello, poi in un night club per soli uomini), e soprattutto, il personaggio di Brosnan non combina niente, è statico a differenza dell'adrenalinico 007. Ma anche il film è strutturato come un anti-spy-movie: non succede nulla e quello che potrebbe succedere, è causato dalle bugie del sarto accolte di buon grado da Brosnan. Boorman costruisce un film sul niente giocando più sulle attese dello spettatore, che non vengono mai mantenute (Brosnan non è l'eroe che ci aspetteremmo, l'attacco statunitense tanto evocato, non si realizza; il tradimento della Curtis con Brosnan non avviene e non è nemmeno sfiorato): in questo senso Boorman gioca un po' alla maniera del Frankenheimer di Ronin, che congegnava la vicenda attorno ad una valigetta di cui non svelava il contenuto.,In più Il sarto di Panama ha un altro valore, quello del racconto-finzione che è, in effetti, l'aspetto dominante del film: come sono reali i racconti di Rush del proprio passato (tanto che lo spettro del finto parente è sempre presente a mo' di ironico grillo parlante), così sono cinematograficamente reali anche i tanto evocati sommovimenti silenziosi, tanto reali (eppure finti) che smuovono l'azione e la fanno seguire dai non ignari spettatori. Già, perché lo spettatore è complice, o meglio consapevole, della realtà dei fatti. Ne sa più della CIA e del Pentagono intero; magari non sa con precisione il progetto di Brosnan ma sa che tutto è un gioco, è una bugia. Non sa come andrà a finire la vicenda (che non si conclude, deludendo l'ultima aspettativa dello spettatore), ma sa comunque molto. E quella di giocare a carte scoperte è un rischio che ben pochi registi sanno prendersi. Che c'è da aggiungere per uno spy-movie che si risolve con l'intervento provvidenziale di una donna (in carriera e attiva nell'azione, tanto da spaccare il labbro a Brosnan: mai vistoa una cosa simile nello spionaggio) e con il ritorno ad una prosaica realtà fatta di vestaglie, cucine e frittelle? Per inciso, questo è un film d'autore, perché certe tracce viste in altri film di Boorman sono presenti (la confusione dei piani temporali, l'ironia diffusa), ma è anche un film su commissione fatto per intrattenere e divertire il pubblico. Non è un film “impegnato” e, forse, nemmeno da cineforum. Ma è un film girato con intelligenza e stile, scritto argutamente e con attori diretti bene. A parte Rush, su cui si sapeva già tutto, la vera sorpresa è -dispiace quasi dirlo – proprio Brosnan, forse nella parte più autobiografica che abbia mai avuto. Il sarto di Panama ha una storia intelligente, una sceneggiatura solida, attori usati bene e uno stile notevole. Bastava uno solo di questi elementi per renderlo un film interessante, e uno dei primi tre a renderlo un sano prodotto d'intrattenimento.,