Tratto dall’omonimo saggio di Gianpaolo Pansa, questa di 108 minuti è la versione cinematografica di una fiction in due puntate girata per la Rai. Che il film sia stato pensato per il mercato televisivo, lo si intuisce da molti particolari tecnici che riguardano la recitazione, i dialoghi, la scelta delle inquadrature. Non è però la destinazione televisiva ad impedire al prodotto di elevarsi su uno standard qualitativo per lo meno decente: tutta l’operazione sembra essere stata condotta in modo dilettantistico e finisce per scontentare ogni tipo di pubblico. Il sangue dei vinti doveva essere l’occasione per compiere un’indagine storiografica interessante ed originale che, come il saggio di Pansa, contribuisse ad abbattere alcuni muri di reticenza a proposito degli ultimi mesi di guerra in Italia (“Guerra civile o di liberazione?”, è uno degli interrogativi posti dal film). Alla retorica della Resistenza purtroppo, al momento, in Italia sembra opporsi solo la cattiva fiction: basti pensare che nello stesso anno Spike Lee con Miracolo a Sant’Anna e Pupi Avati con un gratuito riferimento ai processi sommari dei Partigiani in Il papà di Giovanna hanno azzardato qualche tentativo per lo più zoppicante (in film, sia detto tra parentesi, apprezzabili per altri motivi).,Così un film il cui titolo programmatico – diventato proverbiale grazie al successo editoriale del saggio – vorrebbe sposare la causa dell’imparzialità e della giustizia, si rivela invece un esercizio ideologico, soltanto di segno contrario rispetto a quelli che vorrebbe sbugiardare. Pessima mossa.,Per dare una struttura organica alla coralità degli episodi raccontati da Pansa, si immagina che negli anni Settanta i lavori di recupero del quartiere di San Lorenzo, a Roma, facciano emergere le tracce di un antico delitto consumatosi la notte prima del bombardamento dello scalo merci compiuto dagli Alleati nel luglio del ’43. Il poliziotto che avviò all’epoca le indagini (un Michele Placido al suo peggio) ritrova la figlia della vittima, allora bambina e ora professoressa universitaria di Storia contemporanea, e con lei ripercorre le tracce del mistero, che non per un caso vanno ad intrecciarsi con la storia della famiglia del poliziotto: all’epoca neutrale e fedele solo al proprio lavoro, vide morire il fratello partigiano e la sorella repubblichina, e – ancora a distanza di anni – sembra l’unico capace di riconoscere la stessa dignità alla vita umana e al sangue versato, che si tratti di quello dei vincitori o di quello dei vinti.,Un bel progetto sulla carta (che pretende di citare l’Antigone ma lo sceneggiatore è quello di Alex l’ariete con Alberto Tomba), che purtroppo nei fatti soffre di tutte le manie di piccolezza del nostro cinema (e soprattutto della nostra televisione).,Per il tema trattato e per rispetto all’indagine storica e all’onestà intellettuale di Gianpaolo Pansa, ci sarebbe tanto piaciuto poter consigliare questo film, ma la sua qualità è talmente scarsa che il consiglio che diamo è di saltarlo e di andare a leggere direttamente i libri del giornalista. ,Per avere un’idea di come si può – attraverso un film – ristabilire una verità storica senza essere ideologici, grossolani e didascalici, il modello di Katyn di Andreij Waida rimane illuminante: una grande opera d’arte e di impegno civile dove l’autore – pur avendo perso il padre nel famoso eccidio – non si lascia trascinare né dal livore né dalla tentazione di procedere per schemi, facendo brillare invece una grande limpidezza intellettuale. ,Raffaele Chiarulli