Una landa deserta, un uomo con una macchina fotografica che, mimetizzandosi, cerca di fotografare degli animali sospettosi. Potrebbe essere un qualsiasi documentario sulla natura, se non fosse che quell’uomo è Sebastião Salgado, il fotografo brasiliano autore di alcune tra le più drammatiche immagini che siano mai state viste sui giornali del mondo. Salgado, Tião per chi lo conosce, è diventato fotografo per caso, utilizzando la macchina della moglie architetta mentre studiava economia a Parigi. Ma quando ha scoperto la vera essenza della fotografia (come ricorda lui stesso, l’etimo è greco: photo, è luce, graphein è disegno, pittura, scrittura) ha iniziato a girare il mondo per raccontare per immagini la vita di milioni di persone. Armato solo di volontà, curiosità e della macchina fotografica, vero prolungamento dei suoi occhi, Salgado è stato testimone rispettoso e partecipato, raccontando col bianco e nero con toni poetici, sovente maestosi, ipnotici, quasi sempre tragici, l’esistenza umana. Fatica, dolore, disperazione, morte, vengono squadernate dalla fotografia di Salgado nei suoi viaggi in America Latina, in Africa, nell’est Europa. Ma anche gioia, tradizioni, festeggiamenti, l’affetto reciproco di genitori e figli. Wim Wenders (regista e fotografo anch’egli), che assieme al figlio di Salgado, Juliano, ha realizzato il film, è stato attento a non cadere nell’agiografia. Tião è un uomo, che ha cercato di mostrare al mondo la bellezza e le brutture della condizione umana: con le sue immagini ha sconfessato chi accusava la natura di morte e carestie, denunciando le manchevolezze o i consapevoli crimini di chi ha affamato e decimato, per brama di potere, interi popoli. Ha visto la crudeltà e la morte e ne è rimasto sconvolto. Salgado non è un eroe, a un certo punto della sua vita ha raggiunto il limite della sopportazione, e ha deciso di fare qualcosa in prima persona: lentamente, con l’aiuto della moglie, ha ripreso in mano la fazenda di famiglia in Brasile, un ampio terreno ormai desertificato dal disboscamento, e ha cominciato a piantare alberi, dando lavoro e creando un modello e una fondazione che sono diventati un punto di riferimento. Salgado ancora gira per il mondo, aiutato dal figlio, e realizzando immagini meravigliose, tra popoli che cercano di conservare la propria unicità e animali nel loro ciclo naturale. Volti, incontri, ricordi, amicizie: quello di Wenders non è solo l’elogio di un artista, ma il racconto di una lunga esperienza dalla quale traspaiono sofferenza e compassione. Una testimonianza che fa bene a tutti quelli che guardano e che non possono non sentirsi partecipi., ,Beppe Musicco,