Siamo nel 1968 e negli Stati Uniti cresce il dissenso dei giovani contro la guerra in Vietnam. Il 28 agosto di quell’anno si tiene una manifestazione di protesta in occasione della convention del Partito Democratico caratterizzata da violenti scontri tra polizia e Guardia Nazionale da una parte e manifestanti dall’altra che causerà un gran numero di feriti e arresti. Qualche mese dopo il nuovo governo del presidente Richard Nixon, con il tentativo di soffocare le proteste giovanili, indice un processo accusando ingiustamente di cospirazione e incitamento alla sommossa sette giovani (più un membro delle Pantere Nere) che parteciparono alla manifestazione.

Aaron Sorkin è un grande sceneggiatore; c’è lui dietro a film come The Social Network, Steve Jobs o La guerra di Charlie Wilson per citarne alcuni. Si è cimentato alla regia con il riuscito Molly’s Game e ora ci riprova con Il processo ai Chicago 7. Sorkin fa riferimento a una della pagine nere della storia americana: il processo a sette attivisti che animarono la manifestazione contro la guerra in Vietnam durante la convention democratica a Chicago nel 1968. La forza di Sorkin è nella scrittura e lo dimostra anche questa volta con dialoghi serrati, non banali e che sanno colpire lo spettatore per un legal movie che si svolge quasi esclusivamente nell’aula del tribunale e nell’appartamento dove si trovano confinati i sette processati. Nel corso del film Sorkin inserisce anche efficaci immagini di repertorio che fanno vedere quello che accadde quel giorno nella città dell’Illinois con le cariche della polizia.

Il cast è di livello, anche se alcuni personaggi sembrano un po’ troppo tagliati con l’accetta come il giudice Julius Hoffman (Frank Langella), spietato persecutore degli imputati, oppure un po’ macchiettistici come la coppia hippie formata da Abbie Hoffman (impersonato molto bene da Sacha Baron Cohen) e Jerry Rubin (Jeremy Strong) o come il pacifista e non violento David Dellinger (John Carroll Lynch). Il cast, davvero molto ricco, vede anche Eddie Redmayne (non in una delle sue migliori interpretazioni) nei panni del democratico moderato Tom Hayden che poi ebbe una carriera politica di livello, Mark Rylance in quelli dell’avvocato difensore William Kunstler e Joseph Gordon-Levitt in quelli dell’accusa. Un piccolo ruolo lo ha anche Michael Keaton nei panni di Ramsey Clark, un ex dirigente del dipartimento di giustizia che con la sua testimonianza provò a imbrigliare le carte al giudice; Keaton, davvero in poche scene, riesce a rendere bene il personaggio.

Alla fine, un bel film corale e teatrale, un prodotto se vogliamo tradizionale per un genere consolidato come il legal movie, per un’opera che ci ha raccontato un evento di oltre 50 anni fa e che ci fa comunque riflettere molto non solo sulla società americana di quegli anni ma anche di oggi. Passato alcuni giorni al cinema, ora Il processo ai Chicago 7 è disponibile su Netflix e si avvia ad essere un titolo tra i più interessanti della corsa agli Oscar. Curiosità: Steven Spielberg aveva chiesto a Sorkin di scrivere la sceneggiatura del film già nel 2007.