Tratto da un racconto di Karen Blixen e Oscar per il miglior film straniero, Il pranzo di Babette è un film che rinfranca i sensi e il cuore ma, al tempo stesso e a differenza di molti film sul cibo, non è una storia voluttuosa. È gioioso, a tratti divertente, e in più fa compiere una sorta di cammino, quasi un’ascesi. Perché l’obiettivo del pranzo di Babette non è semplicemente la gratificazione dei sensi fine a sé stessa. Dietro la storia apparentemente semplice del film c’è una sorta di favola (o parabola) sulla fede e la vita.

Fine ‘800: una voce narrante ci presenta una coppia di anziane sorelle, figlie di un pastore protestante, ora defunto, sulla costa dello Jutland in Danimarca, i cui nomi sono Martina (Birgitte Federspiel) e Filippa (Bodil Kjer), “seguaci di Martin Lutero e del suo amico, Filippo Melantone”. Queste pie sorelle conducono una vita tranquilla di servizio tra i rimanenti fedeli del padre defunto, una manciata di vecchi di un piccolo villaggio sulla costa, che è allo stesso tempo quasi una comunità religiosa. Nella loro gioventù, sia Martina che Filippa erano state corteggiate, ma con la prospettiva di doversi allontanare dal loro padre e dalla sua missione. Queste avances, con grande dolore dei pretendenti, sono sempre state respinte (in realtà accettare non era neanche in discussione). Nel flashback vediamo le sorelle nel fiore della giovinezza che vivono col padre: Martina è bella, ma così inaccessibile che un galante ufficiale di cavalleria che si innamora di lei realizza subito, senza che lei dica una parola, che non la potrà mai conquistare. Filippa, ha una grande voce e accetta lezioni di canto (il modo migliore per glorificare Dio) da un famoso cantante d’opera francese, Achille Papin. Ma la sua formazione arriva a un punto (nel corso di un duetto dal “Don Giovanni”), nel quale i testi acquistano rilevanza personale: Papin canta l’invito di Don Giovanni a Zerlina. Alla fine del pezzo Zerlina (pur avendo “paura della sua gioia”) cede; Filippa invece non può, e allontana Papin (o meglio, manda il padre a farlo). In un certo senso, Martina e Filippa vivono come suore, consacrate alla verginità e alla vita religiosa, ma quasi senza rendersi neanche conto di ciò cui hanno rinunciato. In più, dopo la morte del pastore, vecchi litigi hanno cominciato a ricomparire nella comunità e anche gli sforzi delle sorelle non sembrano più bastare. Pur nel tentativo di recuperare o conservare la purezza originaria da cui nacque, sottili divisioni tendono a distruggere la comunità. La storia si ripete: il padre di Martina e Filippa ha lasciato la chiesa della sua gioventù per fondare una nuova setta, dedicata (come i nomi delle sue figlie suggeriscono) a recuperare i principi della Riforma. Mentre viveva, il padre carismatico di Martina e Filippa è stato in grado di tenere insieme il gregge, la sua personalità era al centro della loro vita comunitaria e religiosa che, non avendo né liturgia né sacramenti, è stata incentrata sulla predicazione, e pertanto sul pastore. Senza di lui, la religione della piccola comunità è diventata astratta e remota, una serie di fragili regole, piuttosto che una fede vissuta.

In questa situazione arriva una figura inaspettata: Babette (Stéphane Audran), rifugiata dalla violenza rivoluzionaria della Comune di Parigi del 1871. Babette reca una lettera di presentazione di Monsieur Papin che fa appello al buon cuore delle sorelle, chiedendo per lei solo una camera e la possibilità di servirle. Martina e Filippa non credono, naturalmente, che loro o la comunità potrebbero avere bisogno di Babette. Dopo tutto, lei è francese, presumibilmente cattolica (“papista”, come il padre delle sorelle aveva chiamato Papin), per loro praticamente una pagana. Cosa mai potrà venire di buono da lei? Le pie sorelle vivono per servire, ma ignorano tutto dell’essere serviti. Ciò nonostante la francese si insedia e viene apprezzata da tutti. Dopo anni, Babette vuole preparare una festa per la piccola comunità, in occasione del compleanno del defunto padre delle sorelle. Martina e Filippa inizialmente acconsentono ai piani della cuoca, ma il consenso si trasforma in allarme quando cominciano a comprendere la portata dei suoi piani. Che sorta di dissolutezza peccaminosa sta portando la donna? Ancora una volta, le sorelle hanno paura di troppa gioia. La festa è insieme un pasto e anche, in un modo che le sorelle non possono cogliere, un sacrificio (Babette ha speso tutto quel che aveva per preparare il pranzo) che ottiene un imprevisto effetto. Martina, Filippa e gli altri si siedono al tavolo determinati a non farsi prendere dalle gioie del cibo, ma il pasto opera sottilmente su di loro in modo inaspettato. Alcuni rimpiangono il compianto fondatore, rendendo il pasto un memoriale, altri fanno ammenda delle loro colpe; un ospite casuale, che non è a conoscenza della presenza di Babette tra gli abitanti del villaggio, percepisce la qualità del pranzo e la mano dietro di essa, (se non è esagerato il paragone, proprio come i discepoli sulla strada di Emmaus hanno riconosciuto Gesù da come ha dato loro il pane). Per questo, potremmo dire che Il pranzo di Babette è la pacata celebrazione di una Grazia che viene incontro ad ogni momento e riscatta gli errori, i sacrifici e le sconfitte. E qualunque cosa sia stata abbandonata o persa, viene restituita in sovrabbondanza.

Beppe Musicco