Impresa difficile quella di portare Il piccolo principe sul grande schermo. Difficile, se non impossibile e che già in passato ha lasciato sul campo opere mediocri e poco riuscite. Ci prova il Mark Osborne di Kung fu Panda che può contare su un budget notevole (80 milioni di dollari) e su un’indubbia capacità tecnica. Il risultato è così così. Le difficoltà nel trasferire al cinema il breve ma densissimo romanzo di Saint-Exupéry sono molteplici: i diversi svariati piani di lettura che fanno del piccolo romanzo una lettura per qualsiasi età, l’originalità del disegno, l’essenzialità poetica. Osborne, nel suo accostarsi all’opera letteraria, non segue pedissequamente il testo letterario e nel contempo non realizza un’opera “ispirata” alla vicenda del fanciullino: fa altro, fa “parlare” il libro cercando di conservarne il fascino e le emozioni che da questo scaturiscono. Tutto il film è, di fatto, l’incontro tra la bambina protagonista e un piccolo libro, in parte disegnato, che racconta l’amicizia tra un bambino e un aviatore. È questo il tratto più bello e significativo di un film non del tutto riuscito: l’idea che un libro parli a te e in qualche modo cambi il tuo modo di essere, di pensare, di vivere e di amare. Significativo questo aspetto come splendide davvero sono le animazioni in stop motion, purtroppo rare all’interno della narrazione, con cui si anima la lettura del libriccino.
Il resto è meno originale dal punto di vista visivo e rischiosissimo sul piano dell’interpretazione del testo di partenza. Osborne, infatti, al di là dei momenti di rappresentazione figurativa del romanzo, costruisce il suo film attorno a due personaggi modificati pesantemente rispetto ai corrispettivi letterari. Il primo è il pilota: un personaggio buffo e stravagante, più “suonato” forse che realmente simpatico, vecchissimo vicino di casa della protagonista. Il secondo, che diventa protagonista della seconda parte del film, è proprio lui, un piccolo principe non più piccolo e forse nemmeno più principe, ma cresciuto e smarrito in un mondo grigio che ha perso totalmente il senso di sé. Gran parte della storia, insomma, guarda ad altro, anche ad altri film, altri romanzi, altre storie (Momo di Ende, per dire, almeno nel racconto di una società contemporanea senza scopo). Un doppio azzardo che rischia di mettere in crisi giovani e meno giovani che faticheranno a ritrovarsi in un’interpretazione così distante dall’originale. Un’interpretazione, peraltro, in cui non mancano banalità e certe scelte discutibili, come quella di sacrificare a poche sequenze il memorabile racconto della volpe e leggere invece tutta la storia del Piccolo principe come una generica riscoperta del fanciullino che è in noi e un richiamo sull’importanza dell’amicizia per la realizzazione dei propri desideri. Pregevole e suggestivo e comunque ben realizzato dal punto di vita tecnico, il film lascia più di un rimpianto: sarebbe stato decisamente più autentico ed essenziale rimanere ancorati maggiormente al testo la cui poesia si perde in una storia artefatta e sin troppo costruita a tavolino.

Simone Fortunato