Molti hanno visto in Daniel Plainview, protagonista de Il petroliere, richiami a quel Charles Foster Kane, magnate della stampa, raffigurato in Quarto potere di Orson Welles; anche a partire da una definizione data di lui nel film: «È facile fare un sacco di soldi, se l’unica cosa che interessa è fare un sacco di soldi». Ma, se possibile, il personaggio di Daniel Plainview è ancora più estremo.

Tratto da un romanzo degli anni 20 di di Upton Sinclair e diretto da Paul Thomas Anderson, il film si apre con la scena di un uomo, agli inizi del 1900, intento a estrarre argento con pala e piccone. Solo e ostinato al punto che quando cade in una fossa e si rompe una gamba, da solo riemergerà e andrà avanti senza chiedere aiuto a nessuno e rimanendo zoppo per tutta la vita. Su questa tenacia, che non guarda in faccia a nessuno, Plainview costruirà il suo impero basato su un’interminabile processione di fusti di greggio. Ma sarà sempre un uomo che non ha amici né soci, amori o affetti familiari. Unico legame quello con un figlio adottivo, trattato però come un oggetto, buono giusto per far intenerire e trarre vantaggio dagli stupidi. Plainview (interpretato da Daniel Day-Lewis con impressionante bravura), è come un toro furioso, che considera nemici tutti gli uomini e Dio stesso. Troverà sulla sua strada, nella polverosa cittadina di Little Boston, un predicatore ambiguo e spregiudicato (Paul Dano, che si rivelò in Little Miss Sunshine), con cui si scontra fin dall’atto di vendita di un terreno brullo ma nelle cui viscere scorrono fiumi di petrolio. Tra i due l’odio divampa ben presto, per il controllo sulle persone soggiogate dalle rispettive personalità: una competizione sanguinosa e violenta, fino all’epilogo.

Quasi fosse l’anima nera del sogno americano, il desiderio di benessere e felicità diventano lungo il corso degli anni avidità, violenza e sopraffazione (che lo porteranno nel tempo a una disperata solitudine). Ne fanno le spese tutti quelli che si trovano a ostacolarlo, provocarlo, ingannarlo. Ma ne fa le spese anche il figlio adottivo, menomato da un incidente che lo rende sordo e abbandonato per alcuni anni in un ricovero. Un figlio che lo ama più di quanto sia amato.

Il petroliere (ma com’era più evocativo il titolo originale: There will be blood, ovvero ‘scorrerà del sangue’…) è un film epico, potente e appassionante, visivamente splendido, che alterna reminiscenze dal cinema classico ma sapendolo innovare in profondità (parte come un film muto, senza alcun dialogo; esplode in vari momenti con musiche – composte da Jonny Greenwood, chitarrista dei Radiohead – che parte da rumori anche dissonanti e aspri, come nel precedente film di Anderson Ubriaco d’amore). Giustamente, è il grande favorito ai prossimi premi Oscar con le sue 8 nomination (tra cui miglior film, miglior regia e miglior attore protagonista). Sicuramente resterà una pietra miliare del cinema americano. E il suo autore Paul Thomas Anderson, rivelatosi in Boogie Nights e acclamato nello splendido Magnolia (un film che, come questo, non si vergogna di parlare del Male) prenota uno spazio importante nel futuro di quest’Arte.

Beppe Musicco