Furore, peccato, arte. La forza e la miseria di Michelangelo Buonarroti hanno sempre affascinato studiosi e registi. E uno di questi è il russo Andrei Konchalovsky, che a ben 82 anni dimostra come il cinema, e chi lo fa, non smette di farsi interrogare, incuriosire e affascinare da personaggi che restano, insieme alle loro opere, eterni.

Il peccato – Il furore di Michelangelo, presentato alla Festa del Cinema di Roma, è un kolossal (girato in Italia) scritto e diretto da un grande artista russo che ha vinto tanti premi in tutto il mondo, tra cui tre Leoni d’argento a Venezia per La casa dei matti, The Postman’s White Nights e Paradise. Siamo nel 1512, nel pieno del Rinascimento. I colori, la luce, la bellezza che oggi di quell’epoca contempliamo stridono con la povertà, la sporcizia, la taccagneria di uomini, aristocratici o artisti, che hanno reso grande quell’epoca. Michelangelo (il volto è dello sconosciuto Alberto Testone) sta realizzando due progetti unici: la Cappella Sistina e la tomba di papa Giulio II. I suoi committenti vorrebbero avere, a tutti i costi, la sua arte. E la sua esclusività. Come accade con la famiglia Medici o la famiglia Della Rovere. Michelangelo sembra subire il potere di questi uomini, più interessanti a emergere che a godere della bellezza dell’arte. Non c’è amore, né ottimismo, né splendore. C’è il peccato dell’avarizia, dell’avidità, del potere aristocratico.

In tutto il film Konchalovsky non cerca il consenso estetico, né il compiacimento dello spettatore. Sviluppa in ben 135 minuti un racconto portato avanti soprattutto da un cast di volti presi dalla strada (o dal teatro sperimentale, come il protagonista). E si appoggia, per rendere ancora più forte la sua ricercatezza, all’architetto e restauratore Antonio Forcellino, uno dei massimi esperti di Michelangelo, all’antropologo Alessandro Simoniaca e allo scrittore Costantino Paolicchi. La fedeltà allo spirito si basa anche nella ricostruzione dei suoni rinascimentali e delle musiche, curati dallo storico Andrea Baldinotti e dal dantista Donato Pirovano.

Ci sono voluti ben otto anni affinché Andrei Konchalovsky riuscisse a terminare questo lavoro, coproduzione internazionale che ha coinvolto anche la casa di produzione italiana Jean Vigo. Otto anni che emergono nella precisione di tutta la struttura artistica e storica, che però ha un grande limite: quello di ricreare una storia che rischia di appassionare solo i cultori di Michelangelo. Pur apprezzando la grandezza produttiva de Il peccato – Il furore di Michelangelo, il film avrebbe meritato un lavoro di montaggio più coraggioso. Il rischio finale, infatti, è la creazione di un film bello visivamente, ma poco appassionante.

Emanuela Genovese