Il pataffio è ambientato in un Medioevo senza tempo e luogo. Il Marconte Berlocchio, uno scudiero salito di rango dopo il matrimonio con Bernarda, insieme a un gruppo di cortigiani e soldati – cui si uniscono il consigliere Belcapo e il frate Cappuccio – parte alla volta del castello di Tripalle avuto in dote dalla sposa. Una volta arrivata a destinazione, la carovana si rende conto che il castello è diroccato e trasformato in stalla e che intorno al maniero abita un gruppo di villani che non è disposto a sottomettersi al Marconte…

Diretto da Francesco Lagi (Quasi Natale), Il pataffio è la trasposizione cinematografica del romanzo del 1978 di Luigi Malerba uscito nel 1978. L’ambientazione medioevale, la descrizione di questa improbabile carovana stracciona e l’utilizzo di una lingua tra romanesco, volgare e latino, rimandano inevitabilmente la mente dello spettatore alle atmosfere de L’armata Brancaleone di Mario Monicelli. Il riferimento indubbiamente c’è ma Il pataffio è un film che vive di vita propria e che non si limita a imitare uno dei capolavori della commedia italiana. Partendo dal testo di Malerba, Francesco Lagi traccia quello che è un film sulle ambizioni, sulle rivendicazioni e anche sulla ricerca del potere. Un film malinconico e amaro. Personaggio principale è il Marconte Berlocchio (un bravissimo Lino Musella) che incarna l’arrampicatore sociale che si sposa per convenienza pur di salire di grado ma in cambio ottiene un finto titolo nobiliare (quello di Marconte) e un castello diroccato. Malgrado questo cerca subito di imporsi sui villani, istituendo la forca e pesanti tasse; cerca così di rifarsi delle frustrazioni vissute in vita. Non esita neanche a muovere guerra al castello vicino, alla ricerca di una gloria effimera e alla fine lo scopriremo codardo. Alla sua prepotenza e ambizione fa da contraltare la dolcezza romantica di Bernarda (Viviana Cangiano, vista ne Il ritorno del crimine) che sogna un amore da favola anche se si ritrova a vivere ne letame. I villani sono guidati da Migone (un Valerio Mastandrea molto in parte); apparentemente uomo tutto di un pezzo e non disposto a compromessi con il Marconte ma pronto a cedere alle sue lusinghe di fronte a un’abbuffata fatale di pollo arrosto.

Non ci sono buoni e cattivi nel film. All’ingordigia di Berlocchio fa da contraltare la violenza che si scatena nel popolo che, se all’inizio avanza rivendicazioni giuste rispetto alla richiesta di tasse spropositate, alla fine intraprende la strada della prepotenza e della violenza in cui non si salva nessuno. Il pataffio, infatti, parte come commedia ma prende da metà in poi le tonalità del dramma. Non c’è possibilità di convivenza tra le due parti sociali; impossibile creare una comunità in cui le diverse persone possano collaborare. L’unica via è quella dello scontro che non può che lasciare sul campo morti, feriti e desolazione. Il cast si arricchisce anche della presenza di Giorgio Tirabassi – che impersona il fedele consigliere Belcapo, pronto a morire per il Marconte – e di Alessandro Gassmann in quelli di frate Cappuccio più dedito ai piaceri del corpo che a quelli dello spirito. Un cast affiatato – anche se i personaggi possono sembrare un po’ forzati e macchiettistici, soprattutto quello del frate – per un film non di facile impatto (due ore di lunghezza sono forse troppe) ma che è un esempio di cinema italiano non scontato e un po’ fuori dagli schemi. Presentato in concorso al Festival di Locarno 2022.

Stefano Radice

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