Siamo nel 1960: un solitario e irascibile sopravvissuto polacco all’Olocausto di nome Polsky (David Hayman) vive da solo al limitare di un villaggio in Colombia. L’infelice Polsky ha anche un disturbo alla prostata che trasforma ogni visita al bagno in una sofferenza; rimasto solo (la famiglia è stata sterminata durante l’Olocausto), ha come uniche gioie gli scacchi e la coltivazione di una speciale varietà di rose nere.

Quando un tale Herr Herzog (Udo Kier), un espatriato tedesco prepotente e sgradevolmente scontroso, si trasferisce nella casa accanto indossando quella che sembra essere una barba finta, Polsky trasecola. Il vicino, dalla figura stranamente familiare, ha un cane lupo che entra  a fare i suoi bisogni nel giardino di Polsky; ha un cavalletto su cui dipinge scialbi acquerelli; una serie di obbedienti giovani tedeschi lo aiutano nei lavori in giardino e nella ristrutturazione della casa; e un’avvocatessa tedesca, Frau Kaltenbrunner (Olivia Silhavy), che comunica sbrigativamente a Polsky che la mappa della proprietà non corrisponde alla realtà, e che il suo nuovo vicino ha diritto a un’ulteriore striscia di terra lungo la recinzione, guarda caso proprio dove crescono le rose. Dopo aver ceduto a questa meschina richiesta, Polsky diventa ossessionato dall’idea che quest’uomo sia in realtà potete immaginare chi … (Polsky controlla una foto ritratto in un libro di storia, che il film ha leggermente alterato in modo che assomigli a Kier). Eppure, stranamente, questi due uomini iniziano a scongelarsi e a mettere da parte le ostilità, grazie al loro reciproco amore per gli scacchi.

Il regista israeliano Leonid Prudovsky ha confezionato con Il mio vicino Adolf un film bizzarro, che vorrebbe essere una vicenda scherzoso-sentimentale con inserti di vero dramma storico, ma il risultato non è convincente. Nessun cronista ha mai scritto che Hitler avesse la passione per gli scacchi, ma su questo si può anche sospendere l’incredulità, vista anche la cura con cui sono studiati altri parallelismi; e anche il finale, altrettanto fantasioso, è più che sopportabile. Ma è l’idea intera del film che è debole e indulgente nel voler continuamente convincerci che una passione possa far superare una dolorosa perdita. Udo Kier è bravo quando sfodera i suoi toni torvi e minacciosi; Hayman è un onesto comprimario, ma l’insieme risulta poco drammatico e anche un po’ sdolcinato.

Beppe Musicco

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