Come si racconta un mito del cinema, oltre tutto ancora vivente? In genere, con rispettoso e un po’ retorico ossequio. Ben diversa è l’operazione che ha fatto Michel Hazanavicius con Redoutable: il titolo originale, un po’ ermetico per noi, cita un sommergibile dell’epoca e può significare “irriducibile” o “formidabile”; ed è entrambe le cose Jean-Luc Godard, regista svizzero diventato celebre nella Francia anni 60 della Nouvelle Vague. Poi, ancor prima del ’68, la deriva politica e artistica, condita da maoismo, rivoluzione, rifiuto dell’arte borghese (Cannes, il cinema narrativo dei grandi registi sia francesi che internazionali) e dei suoi stessi film; e tanta confusione personale, che lo porta a decidere di annullarsi in film collettivi (il gruppo Dziga Vertov…) ricchi di propaganda e poveri di cinema. Ne fece le spese il matrimonio con l’attrice Anne Wiazemsky, le cui memorie hanno dato origine al film (presentato in concorso a Cannes 2017, pochi mesi prima della morte di Anne). E il cui personaggio di finzione racconta il periodo breve ma intensissimo del loro rapporto.

Il mio Godard mette infatti in primo piano una storia d’amore che va in crisi a causa di un’ideologia («ci ameremo poi, dopo la rivoluzione») tra un artista al vertice della popolarità (aveva 37 anni, era venerato come una rockstar) e una moglie giovanissima e succube di lui. Ed è uno spaccato su quegli anni molto più convincente di tanti altri film sul ’68 e dintorni: soprattutto di registi italiani anche in trasferta (si pensi a The Dreamers di Bernardo Bertolucci, amico di Godard: nel film si vede un loro memorabile litigio, come pure si vede un altro regista italiano, Marco Ferreri). Vediamo assemblee studentesche, scontri con compagni (ma anche imbarazzanti autocritiche) e insulti agli odiati borghesi – lui che borghese, e ricco di famiglia, lo era eccome – e un progressivo spegnersi dell’amore tra l’autore e la sua giovanissima musa, nipote dello scrittore François Mauriac (premio Nobel).

A tre anni dal sottovalutato The Search Hazanavicius – che aveva già “partorito” un bellissimo film sul cinema con The Artist (vincitore del premio Oscar: e anche qui c’è la moglie Bérénice Bejo in una piccola ma incisiva parte) – realizza un’acre parodia-omaggio, con un Louis Garrel perfetto – anche nel buffo modo di parlare, tra “zeppola” e borbottii di snobistica superiorità verso il prossimo, che purtroppo si perde nella versione doppiata – nel rendere l’artista un tempo di talento (e affascinante) reso goffo e iroso dai suoi demoni ideologici. Un film anche divertente, soprattutto nella prima parte, grazie a battute e situazioni in serie (tanti i tormentoni, su tutti gli occhiali che Godard perde sempre nelle manifestazioni e vengono distrutti regolarmente…). Il regista inoltre usa uno stile che ricorda molto i film di quegli anni, soprattutto ovviamente di Godard, citato a piene mani: capitoletti, scritte a tutto schermo, discussioni infinite, contrasto tra slogan altisonanti su libertà e rivoluzione e i borghesissimi sentimenti di possesso e gelosia per una donna (incantevole Stacy Martin nel ruolo di Anne) ridotta a zerbino del proprio ego. Pare che Godard, che a 86 anni continua a girare film super sperimentali (geniali per alcuni, noiosissimi per molti altri), non abbia preso bene il film; e tanto meno i non pochi critici-fan, che hanno gridato alla lesa maestà. Curioso: chi esaltava la dissacrazione e la distruzione dei miti borghesi, si infuria se si toccano i propri, di miti… Ma solo chi ha gli occhi foderati di pregiudizio ideologico non coglie le qualità di un film arguto e appassionante (con un finale anche emotivamente intenso), ricco di scene di antologia (la litigata con l’amico regista che vuole partecipare al festival di Cannes, sotto boicottaggio di Godard e di altri colleghi impegnati politicamente) e di elementi azzeccati (la ricostruzione di ambienti e look). E soprattutto capace di illuminare chi lo vedrà senza prese di posizione ideologiche per la sua acutezza nel descrivere un momento storico preciso, un ritratto di artista e soprattutto la fine di un amore.

Antonio Autieri