Marley, più che dal tumore al colon, è affetta da quella malattia cinematografica che si potrebbe denominare “malattia terminale hollywoodiana”, ovvero la forma di infermità che spinge il protagonista nella tomba entro breve tempo, e che lo mette di fronte all’urgenza di capire cosa manca alla sua vita (nella maggior parte dei casi, e qui non si fa eccezione, il grande amore), ma senza invalidarlo o renderlo fisicamente repellente per non inquinare la poesia del racconto con il fango della realtà. Esempi recenti sono anche le bellissime malate di cancro di Sweet November, o di Autunno a New York mentre appare più cinica ma tutto sommato più realistica la malata della serie televisiva The big C (dove la lettera sta per la malattia in questione).,La vita della protagonista, trasgressiva pubblicitaria di successo che cambia gli uomini come la biancheria (quando la incontriamo è impegnata a spiegare disinvoltamente a dei possibili clienti le tecniche di promozione per i preservativi), ha una sacco di amici brillanti come lei e nessun rapporto con i genitori; insomma, un concentrato di cliché da commedia romantica (genere cui questa pellicola, nonostante il finale tombale, appartiene di diritto), dall’amica single in cerca di fidanzato, al vicino di casa gay affettuoso, all’incontro con il grande amore nei panni di un giovane medico ebreo messicano (ma perché?) deciso prima a guarirla e poi, una volta che Marley ha rinunciato alla cura sperimentale dolorosa e forse inefficace, almeno ad amarla finchè morte non li separi.,Il fatto che durante la colonoscopia che porta all’infausta diagnosi Marley incontri Dio nei panni di Whoopy Goldberg non toglie il fatto che la prospettiva del racconto rimanga sostanzialmente privo di una dimensione di trascendenza, o di una vera e propria domanda sul senso di quanto accade, mentre l’immagine dell’aldilà, a dire il vero con qualche tocco un po’ kitsch, ha tono più che altro new age.,La malattia serve a Marley da catalizzatore al più banale e trito percorso di scoperta dei propri sentimenti repressi e della necessità di esprimerli mentre la circostanza eccezionale di fatto non influisce più di tanto sulle tappe del percorso, e la moribonda si conserva tutto sommato in forma a parte le occhiaie (i medici si premurano di tranquillizzare lei, e soprattutto il pubblico, che non perderà i capelli).,Stupisce, poi, che il giovane dottore che si innamora di Marley accetti senza la minima obiezione la decisione dell’amata di interrompere la cura, dolorosa e debilitante, con cui i medici stanno tentando di salvarle la vita, mentre il conflitto deontologico provocato dalla relazione medico-paziente viene sbandierato all’inizio e poi scompare nel nulla senza soluzione.,La vicinanza di amici e genitori (anche loro con i loro traumi affettivi di prammatica da risolvere prima della dipartita), poi, si limita a un generico sostegno sentimentale e alla compagnia di un giorno di shopping in cui Marley dilapida i soldi dell’assicurazione sanitaria che ormai non le servirà più.,Si arriva in fondo con l’impressione sgradevolissima di una storia senza una sua profonda verità, che sfrutta cinicamente un tema serio, anzi serissimo, per trasformarlo in una parabolina da manuale di self help, e non è neppure una storia d’amore veramente interessante. Il funerale festoso, condito di musica jazz e presenza di drag queen, è solo la ciliegina su una torta che ha la leggerezza (e la superficialità) della peggior panna montata.,Laura Cotta Ramosino