Il racconto delle attuali modalità di ‘esercizio dello Stato’ assume spesso le forme di una denuncia moralistica dai tratti ideologici; Pierre Schoeller sfugge al luogo comune e dipinge con stile iperrealistico la crisi di una classe politica ripiegata su se stessa e contemporaneamente limitata da un sistema che «fa acqua dappertutto», intrecciandola con una crisi individuale altrettanto profonda. ,Bertrand Saint-Jean, il ministro che dà titolo al film, è un personaggio di basso profilo, da alcuni ritenuto una risorsa per il governo perché privo di una storia e di un’immagine forte, da altri visto come un debole per lo stesso motivo. La risoluta fedeltà di Saint-Jean alle proprie idee (in particolare, la lotta contro la privatizzazione delle stazioni ferroviarie) sembra avere poco valore in un ambiente in cui il potere mediatico ha preso il posto di quello decisionale: frustrato dall’incapacità di conseguire autentici successi nella sfera pubblica come in quella privata, l’uomo si lascia così trascinare in una corsa frenetica di cui non è alla guida (l’ironia dell’essere il ministro dei Trasporti…), nella tacita ma sempre maggiore convinzione che inseguire l’onestà è, in fondo, «una battaglia vana».,La regia di Schoeller, grazie a primissimi piani, colori plumbei e stranianti effetti sonori, rende bene l’impressione di claustrofobia/impotenza percepita costantemente dal protagonista, mentre il senso di un movimento incessante è dato dalle numerose sequenze in auto e dalla ripetuta comparsa in sovrimpressione dei messaggi in arrivo sullo smartphone. Soprattutto, il regista riesce nell’impresa di mantenere un ritmo serrato e accattivante, nonostante il tema impegnativo e una trama che presenta un unico evento davvero eclatante. Altro punto di forza del film sono i dialoghi, o meglio, i monologhi, forma comunicativa unilaterale che rivela la condizione di solitudine e isolamento dell’uomo politico e la barriera che lo separa da colleghi, collaboratori e soprattutto dalla massa dei cittadini.,Nell’ottimo cast spicca il protagonista Olivier Gourmet, cui è delegato il lavoro non facile di rappresentare un uomo comune alle prese con un ruolo non comune; perfetto contraltare del personaggio è il suo laconico autista, «uomo che non si nota» ma che ha molto da dare, interpretato da Sylvain Deblé. Curioso che Deblé sia davvero un ‘uomo qualunque’, un idraulico qui alla sua prima esperienza cinematografica.,Certo il film di Schoeller sarebbe più completo se approfondisse anche solo uno degli interessanti interrogativi cui accenna: in cosa consiste il potere? Cosa significa mediocrità? È possibile ritrovare una comunicazione tra il governo e i suoi elettori? ,Il ministro merita di essere visto perché propone una lettura della crisi della democrazia che va oltre il bipolarismo cui siamo fin troppo abituati in Italia; d’altro canto, il regista fa sentire la mancanza di un giudizio più marcato che lasci il segno, tratto distintivo proprio del miglior cinema politico italiano.,Maria Triberti