Michel Gondry torna sul grande schermo (a otto anni dal suo ultimo film, Microbo e Gasolina) con un film che ha tutta l’aria di essere un autoritratto introspettivo (magari non proprio uguale, ma chi lo conosce afferma che in fondo tra il regista e il protagonista non c’è in fondo molta differenza). Pierre Niney recita la parte di Marc, un regista autocratico, ingestibile e bipolare. Un autore che perde la pazienza a seguito di un disaccordo con i suoi produttori che vogliono rimontare il suo film. Impadronitosi con una razzia dei server che contengono il girato, con alcuni membri della sua squadra tecnica, compreso la sua fedele montatrice, fugge da sua zia Denise (Françoise Lebrun) in un piccolo villaggio delle Cévennes, per finire il film secondo il suo progetto. Solo che nella testa di Marc si scatenano una serie continua di idee pazzesche (o meglio capricci), come ad esempio diventare sindaco del paese, ristrutturare una casa in rovina, costruire una sedia o dirigere un’orchestra, il tutto con una continuità rapidissima e che non lascia spazio al vero lavoro che dovrebbe affrontare, ovvero montare seriamente il film (cosa che continua a rimandare).

Di fronte ai suoi demoni e a una realtà che sembra voler costantemente lasciare da parte (probabilmente per paura di non saperla comprendere, o di non sapere cosa farne), Marc si rifiuta di guardare il suo film (come se il suo esito contasse poco in rapporto alla sua stessa creazione) e capire come convivere con gli altri, come rispettarli, o semplicemente come rapportarsi con loro. Questi intanto sopportano come possono i suoi scatti d’ira e i suoi sbalzi d’umore (è un genio, quindi non si può dirgli niente). Fedele alla sua reputazione di sognatore e maneggione, Gondry ci offre un film pieno di cianfrusaglie e invenzioni, a volte brillanti, a volte fastidiose. Perché Il libro delle soluzioni gira velocemente in tondo e dopo mezz’ora il meccanismo del film è palese: Marc sbarella, Marc inventa cose, Marc se la prende con tutti, Marc si scusa, e poi si ricomincia, senza aggiungere l’altro che sarebbe necessario (un ulteriore sviluppo del personaggio, il progresso nella storia, una messa in discussione del comportamento di Marc, che rimane un mascalzone con tendenza alla sopraffazione).

Ne risulta un film al tempo stesso divertente e fastidioso: favorendo un’immersione nel profondo delle sue nevrosi e della sua bizzarra visione delle cose e del suo mestiere, Gondry con Il libro delle soluzioni fa un tentativo per mettersi a nudo, in una sorta di ricerca di riconciliazione tra sé e il suo il pubblico. Tentativo lodevole, ma ci vorrà ancora un po’ di tempo per tornare a pensarla allo stesso modo.

Beppe Musicco

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