In Germania la guerra era terminata ormai da più di un decennio, gli alleati avevano lasciato da qualche anno un paese stabilmente diviso in due e il cancelliere della Germania Ovest Konrad Adenauer governava una nazione impegnata nella ricostruzione, ora alleata dell’America, e che voleva gettarsi alle spalle il passato. La carenza di forza lavoro, a causa dell’enorme numero di vittime del conflitto, faceva sì che non si andasse troppo per il sottile, e anche gli ex iscritti al partito nazista potevano tornare al lavoro purché non si fossero macchiati di crimini. Il film inizia a Francoforte nel 1958, quando un giornalista di cronaca giudiziaria avvicina il giovane pubblico ministero Radmann (Alexander Fehling) rivelandogli che un ex ufficiale delle SS ora insegna in una scuola elementare: ciò nonostante, nessuno al Palazzo di Giustizia vuole indagare e prendere provvedimenti. Nonostante il suo superiore lo diffidi, Radmann è spinto dal Procuratore Generale (un ebreo fuggito dalla Germania all’avvento del Nazismo e tornato a fine guerra) a continuare, per cercare altri criminali nazisti che si nascondono nella società. Con un lungo e meticoloso lavoro di ricerca negli archivi americani in Germania e interrogando i superstiti dei campi di sterminio, Radmann smaschera il maestro e continua nelle sue ricerche fino a identificare anche Josef Mengele, il medico torturatore che usava prigionieri di ogni età come cavie da sacrificare per i suoi esperimenti. Ma l’indagine porta anche a dolorose scoperte sulla propria famiglia, e il giovane giudice inizia a disperare del suo arduo compito.
Diretto da Giulio Ricciarelli, attore di madre tedesca e padre italiano al suo esordio nella regia di un lungometraggio, Il labirinto del silenzio è un’opera che svela un fenomeno comune a molti paesi usciti da periodi di dittatura, come la Spagna, l’Argentina o il Giappone: la volontà pratica di dimenticare, stendendo un velo di oblio sul passato, per cominciare un nuovo periodo di pace. Ricciarelli, nel mostrare l’operato di Radmann (personaggio di finzione, ma ricostruito sulla base e sulle azioni di vari personaggi reali), mostra come verità e giustizia debbano essere le basi della convivenza, e come non ci possa essere pace senza che vengano riconosciuti i torti commessi. Il dolore dei testimoni scampati ai campi di sterminio, timorosi anche di svelare il terrore attraversato, nel film fa da incredibile contraltare alle stupite reazioni dei giovani avvocati, increduli di quanto stanno ascoltando, consapevoli per la prima volta della vera natura del regime che aveva governato il paese e che lo aveva condotto al disastro. A pensare alla copertura voluta anche dalle superpotenze, occupate nello scacchiere della guerra fredda e preoccupate solo che le due Germanie fossero ben salde nel campo loro assegnato, appare chiaro come il compito di questo manipolo di investigatori, impegnati a rendere pubblica quella che la filosofa Hannah Arendt avrebbe definito “la banalità del male”, sia stato tanto oscuro quanto eroico.

Beppe Musicco