Il regista messicano Guillermo del Toro, già noto per prove su suolo americano nel genere fantasy e horror (è autore di Mimic, Blade, Hellboy, ma anche coautore della sceneggiatura de Lo Hobbit), si trasferisce ora in Spagna, mescolando gli stilemi della favola con quelli della ricostruzione storica, anche se profondamente deformata dal filtro del genere.

L’avventura fantastica e tragica della sua piccola eroina Ofelia (con un nome così dubitiamo fin dall’inizio che la vicenda possa finire bene) è ambientata, infatti, nei primi anni del franchismo e ha come sfondo uno sperduto avamposto, comandato nel terrore da un capitano che più spietato non lo si potrebbe immaginare (uno, per intenderci, che prima di colazione cava gli occhi ai prigionieri e che per un sospetto picchia a morte due contrabbandieri ladri di conigli) e ossessionato dal ricordo del padre, militare pure lui, caduto a Cadice (con Franco si presume), che gli ha lasciato in eredità un orologio fermo sull’ora della sua morte. La madre della piccola – fresca sposina del bieco militare, interessato più che altro alla produzione di prole – ha un senso materno assai svagato e lascia Ofelia ai suoi fantasiosi vagabondaggi per i boschi, popolati da creature fantastiche, siano essi fauni usciti dal sottosuolo o coraggiosi partigiani rossi in stile Robin Hood dal cuore nobile e dalla rivoltella pronta. La bambina, schiacciata dalla situazione, non esita un attimo quando la creatura misteriosa le propone una via per scappare da una vita opprimente, fatta di violenza cieca a favore di un regno misterioso di cui sarebbe l’erede a lungo attesa.

Le prove a cui la bambina viene sottoposta ricalcano almeno in parte quelle della tradizione favolistica: il recupero di una chiave d’oro dalle viscere di un mostruoso rospo, che mina le radici di un grande albero (metafora trasparente del regime appena istaurato), e la visita nell’antro di un mostro mangiabambini in cui la nostra eroina, per troppa gola, rischia di lasciare la pelle. Un po’ meno ortodosso pare il rimedio offerto dal fauno per la gravidanza a rischio della mamma di Ofelia (un’inquietante mandragola che si nutre di latte e sangue) così come l’interesse per il fratellino in arrivo. Con la morte della mamma e l’esplosione della ferocia del truce e ottuso patrigno contro i partigiani e le loro coraggiose quinte colonne (la domestica di casa, guarda un po’) la situazione sembra precipitare e l’unica soluzione appare la fuga nei boschi o nel mondo di laggiù.

La straordinaria visionarietà di Del Toro reinventa l’immaginario classico e lo fonde con lo sfondo naturale come se scaturisse da esso, gioca sul subconscio, sulle paure e i desideri infantili, trasformando la realtà in un omologo inquietante della medesima. Tuttavia, si fa poi accecare da un furor ideologico particolarmente fuori luogo per un racconto che aspira all’universalità della fiaba: mette infatti in scena un antagonista “umano” privo di umanità quasi quanto i mostri fantastici affrontati dalla protagonista,  dipinge dei guerriglieri così eroici e senza macchia da far impallidire anche Hemingway; e non mancano i soliti preti ipocriti a giustificare in nome della fede i massacri degli eroici partigiani, che per altro nel finale si rifanno con metodi non troppo diversi.

L’ambiguo fascino del mondo magico che solo la piccola Ofelia può vedere, la sua natura incerta tra orrido e attrazione, si contrappongono quindi ad una realtà “manichea” dove bene e male si affrontano senza spazio per mezzi termini e sfumature. Forse è proprio questa mancanza di equilibrio ad appesantire il suo apologo, impedendo anche al pubblico adulto (le scene di tortura e di violenza mettono fuori gioco quello più giovane, che poteva essere il naturale destinatario di una fiaba) di lasciarsi trascinare in una storia che ha nella resa visiva del mondo fantastico il suo fascino maggiore.

Laura Cotta Ramosino