Leonid, soprannominato Pamfir come il nonno, torna dalla Polonia – dove è emigrato per lavorare – nel suo villaggio rurale ucraino ai confini con la Romania. Vorrebbe rimanere un po’ di più per aiutare la moglie Olena e il figlio Nazer. Quando quest’ultimo, però, incendia la chiesa locale, per ripagare il danno Pamfir è costretto a riprendere l’attività dei suoi genitori, il contrabbando…

Il giuramento di Pamfir – coproduzione franco-canadese – è il film di esordio del regista ucraino Dmytro Sukholytkyy-Sobchuk che lo ha ambientato nella regione di Černivci, un territorio multietnico e multiculturale ai confini con la Romania, dove il regista è nato e cresciuto e dove convivono ucraini, rumeni, ebrei, moldavi, armeni e molte altre etnie. Si tratta di una regione in cui la religione cristiana è affiancata da credenze e riti pagani come quelli della Malanka, una sorta di carnevale che si festeggia il 13 gennaio, in cui tutti gli abitanti dei villaggi scelgono una maschera da indossare e che in qualche modo li rappresenta.

Leonid (Oleksandr Yatsentyuk) torna al suo villaggio proprio quando fervono i preparativi per questa festa. Rispetto a quando è partito per la Polonia è un uomo cambiato; vive secondo le leggi e lavora onestamente costruendo pozzi. Ha promesso alla moglie Olena (Solomiya Kyrylova) di non fare più il contrabbandiere anche per essere da modello al figlio adolescente Nazar (Stanislav Potyak). Il problema, sembra dirci il regista, è che quando si torna ai propri luoghi di origine in qualche modo si viene riportati a un passato che non si può dimenticare e che ci può rendere prigionieri. Ecco quindi che Leonid si trova di nuovo a contrabbandare per ripagare i danni causati dal figlio che, più o meno inavvertitamente, ha dato fuoco alla chiesetta locale. Il passato torna, e con esso anche le violenze, i pericoli e le inquietudini. Leonid intralcia i traffici del boss locale che non rimane certo indifferente e che finisce per mettere in pericolo anche Nazar. Il giuramento di Pamfir è anche il racconto di un paese che vive di corruzione, contrabbando, assenza di leggi se non quelle della comunità. Esiste la polizia, c’è l’esercito, ma in molti sono corrotti e pronti a chiudere più di un occhio in cambio di qualche riconoscimento dai traffici. Tutto questo finisce per schiacciare Leonid.

Il suo contraltare è Olena che rappresenta la figura che non vuole cedere a questo modo di vivere, che cerca una alternativa e la trova nella sua fede religiosa semplice e pulita. Una fede che è anche insegnamento morale e che sembra più forte in lei rispetto al pastore locale, molto condizionato dai potenti locali. Nel film di Dmytro Sukholytkyy-Sobchuk si intrecciano drama, noir e anche alcune atmosfere western per un racconto che si fa via via più intenso e che atmosfere e ambientazioni ricorda il recente Animali selvatici di Cristian Mungiu e, come il film del regista rumeno, ha un finale un po’ confuso in cui si rischia di perdere l’importanza del giuramento che Leonid fa recitare al figlio per spingerlo a non vivere come lui e a trovare altre strade. Peccato anche che alcuni aspetti della storia, come la rottura dei rapporti tra Pamfir e il padre, vengano poco approfonditi. Oleksandr Yatsentyuk è comunque il personaggio principale del film; regge la scena anche con la sua fisicità prorompente – è un gigante rispetto agli altri – come se fosse una sorta di figura biblica  sulle cui spalle poggia il destino della famiglia.   Presentato al Torino Film Festival e alla Quinzaine des realizateurs di Cannes 2022.

Stefano Radice

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