Debole spin off della saga di Shrek. Come spesso capita per il film poco riusciti, il problema sta nell'idea di partenza. Prendere un personaggio, simpatico ma assai esile di una saga che da qualche anno a questa parte aveva mostrato segni di cedimento, il Gatto, ed ergerlo a protagonista di una vicenda che con le atmosfere fiabesche c'entra pochino. Il film di Chris Miller (Shrek Terzo, Piovono polpette) come già nei capitoli più riusciti dell'orco verde mira ad un pubblico variegato: gli adulti che riconosceranno nelle mosse, nel carattere del personaggio e anche in qualche avventura il personaggio di Zorro. E sempre i più grandi noteranno le atmosfere spiccatamente western del film, alcuni duelli di matrice leoniana, i numeri musicali “calienti”. La cesura a metà film e il passaggio sin troppo brusco in un mondo fantastico è il terreno dei ragazzini che forse potranno rimanere colpiti dall'azione più concitata e dallo schema avventuroso. Il film nel suo complesso lascia però freddi e perplessi. Ci sono degli errori di sceneggiatura e di regia vistosi: il ritmo non è sempre altissimo e qua e là si sbadiglia e ci si muove sulla poltrona, mancano trovate di sceneggiatura in grado di catturare l'attenzione e l'animazione, per quanto curata e al passo coi tempi, non strappa l'applauso. Il motivo forte della debolezza del film, al di là della scelta discutibile di spezzare in due il film e di riempire la narrazione di troppi flashback e di troppe vicende collaterali poco utili alla storia principale, è la debolezza dei personaggi. A differenza di Shrek che aveva due pezzi da novanta quanto a comicità (l'orco protagonista e il divertente Ciuchino) oltre a tanti comprimari di sicuro effetto (Azzurro, la principessa, le varie creature delle fiabe), ne Il gatto con gli stivali manca un personaggio che faccia ridere. Humpty Dumpty, l'uovo con la faccia da bambino è antipaticissimo, non ha l'ambiguità e il fascino dei grandi catttivi delle fiabe animate e si fatica a seguirne le vicende e la redenzione; lo stesso Gatto, per quanto buffo e simpatico in Shrek 2 e doppiato con professionalità da Antonio Banderas (anche nella versione inglese), non riesce a reggere la complessità di un lungometraggio. La storia d'amore adulto tra il protagonista e una gatta misteriosa gioca al ribasso con il continuo ricorrere a numeri musicali che lasciano il tempo che trovano e alcune allusioni sessuali che si potevano tranquillamente evitare in un film rivolto anche a dei bambini; la vicenda dei fagioli magici e in generale il gioco di contaminazione e ammodernamento della fiaba – filo rosso degli episodi migliori di Shrek – qui è affrontato in modo superficiale. Mancano insomma ritmo, personaggi e comicità che avevano caratterizzato la saga dell'orco e si privilegia un'azione visivamente interessante più che altro per l'utilizzo di un 3D che rispetto a prodotti analoghi riesce a essere spettacolare e a dare profondità ad un'avventura altrimenti assai piatta.,Simone Fortunato