È un peccato che i registi non valorizzino maggiormente Christian De Sica, al di là degli stucchevoli cinepanettoni; questa è la prima cosa che si pensa dopo aver visto Il figlio più piccolo, di Pupi Avati. De Sica interpreta Luciano Baietti, un imprenditore truffaldino, manovrato a sua volta da un abile commercialista (un altrettanto bravo Luca Zingaretti). Baietti ha un bel viso e un portamento elegante, ma è un debole, incapace di legami, non per niente la scena di apertura lo mostra mentre sposa la donna da cui ha avuto due figli (Laura Morante), la chiama affettuosamente “la mia scemina”, e l’abbandona, non prima che il suo astuto commercialista gli faccia intestare gli appartamenti di lei. I due, che paiono un po’ il gatto e la volpe, negli anni costruiscono un impero di società, scatole vuote destinate al fallimento: tutte le proprietà sono ipotecate, gli amministratori fanno la bella vita ma sono pieni di debiti, anche il secondo matrimonio con una ricca zoticona laziale che si circonda di toy-boys non sembra bastare. La soluzione escogitata dal commercialista per evitare il fallimento e la galera è intestare tutte le cariche al figlio più piccolo di Baietti, un universitario che vive con la madre (che nel frattempo ha formato un duo musicale new age di scarsissimo successo). La fine (prevedibile e ingloriosa) di Baietti riserva interessanti riflessioni sul personaggio: Avati riesce a confezionare un film sull’avidità contemporanea, sulla faciloneria dei rapporti, sull’irresponsabilità degli adulti e l’immaturità dei giovani (ben rappresentata dal Nicola Nocella nel ruolo del figlio più giovane, Guidobaldo detto Baldo). Baietti è un debole, sfrontato, sfruttatore, ma non è cattivo, non ha la malizia di quanti lo circondano interessatamente. Un ruolo perfetto per De Sica, che meriterebbe ancora più spazio nel film, specie nei dialoghi con Zingaretti e gli altri voraci amministratori della Holding. Un film riuscito, che si guarda volentieri e con soddisfazione, nonostante la costante approssimazione tecnica del regista bolognese (anche un profano si accorge con fastidio che gli attori in alcune scene recitano in presa diretta e in altre sono doppiati, e pure male). Ma, evidentemente, Avati la considera una specie di marchio di fabbrica.,

Beppe Musicco