Basato sulla storia vera dell’avvocato Bryan Stevenson, Il diritto di opporsi – diretto da Destin Daniel Cretton – è una toccante parabola sull’importanza dello sforzo del singolo nel cambiamento nel mondo, ma innanzitutto il racconto di un’amicizia capace di cambiare, prima ancora di un sistema ingiusto, il cuore delle persone.

Bryan Stevenson è un giovane avvocato idealista che dalla madre, profondamente religiosa, ha ereditato il desiderio di fare qualcosa per gli altri mettendosi in gioco in prima persona. È per questo che, con in tasca una laurea ad Harward che potrebbe garantirgli un futuro tranquillo e economicamente sicuro, si trasferisce invece nel profondo Sud degli Stati Uniti. L’Alabama degli anni Ottanta è ancora intriso di razzismo, tanto più insidioso quanto meno si esprime attraverso gesti plateali (anche se i roghi dei neri non sono poi così lontani nel tempo), ma in situazioni di quotidiana ingiustizia e pregiudizio.

Walter McMillian è la vittima di uno di questi: colpevole in passato di una relazione con una donna bianca, è stato condannato con un processo pieno di omissioni per l’omicidio di una ragazza. Walter è uno degli uomini che Bryan incontra nel braccio della morte e quello per cui intraprenderà una lunga battaglia giudiziaria in cerca di giustizia e di verità. Il film sfrutta ironicamente il paradosso per cui la cittadina dove Walter è stato condannato è proprio quella diventata famosa per il romanzo di Harper Lee Il buio oltre la siepe (divenuto poi un celeberrimo film con protagonista Gregory Peck). In quella stessa cittadina, che di quel successo fa un vanto anche turistico, Bryan deve affrontare il cocciuto ostruzionismo delle autorità che si rifiutano di riaprire i conti e ammettere i propri errori.

Se il film segue da un lato i binari classici della pellicola processuale, con i vari tentativi di riaprire un processo, il cuore della pellicola è però il rapporto che si crea tra Bryan e gli uomini di cui segue i casi. Non solo Walter, a cui l’idealismo testardo dell’avvocato restituisce prima che la libertà la propria dignità di uomo, ma anche chi Bryan non potrà salvare e di cui deciderà di condividere fino all’ultima ora il destino.

L’importanza di essere parte di qualcosa, la capacità di coinvolgersi con gli altri e di riaffermarne il valore di ogni uomo anche al di là di eventuali colpe e di un destino che appare solo ingiusto, è il tema profondo di una storia che, a dispetto del titolo, non vuole essere innanzitutto una pellicola politica contro qualcosa, ma piuttosto la riaffermazione di valori comuni capaci di restituire unità a una comunità divisa. Valori che nella maggior parte dei casi nascono da un’esperienza di fede viva e condivisa come quella dei neri del Sud. Questo si riflette anche nello stile di Bryan, un guerriero gentile capace di fare appello alla parte migliore dei suoi avversari, e il cui comportamento sembra riflettersi poco a poco su tutti quelli che lo circondano: Walter, i suoi famigliari, ma anche le guardie carcerarie (bianche) che inizialmente non nascondono il loro disprezzo, ma che imparano poco a poco a guardare gli uomini di cui tengono in mano le vite con sguardo diverso.

Il diritto di opporsi è un film che rifugge gli eccessi di drammatizzazione, affidandosi soprattutto alla forza dei suoi interpreti (a partire dal protagonista, Michael B. Jordan, sempre più maturo e autorevole) e trovando, in una cinematografia dove la retorica è sempre più divisiva, la capacità di parlare a tutti; riaffermando, prima ancora che il diritto alla giustizia, il bisogno di perdono di ciascun uomo.

Laura Cotta Ramosino