Fin dalle prime immagini il film di Marie Kretuzer (Der Boden unter den Füßen) dichiara la sua volontà di smontare alla base qualunque idea mitica o idealizzata della principessa Sissi (quella che, per intenderci, da decenni fa la fortuna di agenzie turistiche e venditori di souvenir a Vienna e dintorni). La quarantenne che entra in scena è una donna nervosa e indisponente, che pretende moltissimo da se stessa e dal suo corpo, ma anche da tutti quelli che le stanno intorno. Ossessionata dal peso e dalla sua immagine, Sissi è capace di sottoporsi a minuti di apnea gelata, ma poi quando le tocca partecipare all’inaugurazione del nuovo museo insieme al consorte finge perfettamente uno svenimento per esimersi dalla circostanza.

L’imperatrice messa in scena dalla regista e dalla sua sodale Vicky Krieps (Il filo nascosto) è una donna di mezza età (per noi, perché come nota uno dei medici imperiali all’epoca 40 anni era l’aspettativa media di vita di una donna, tra malattie varie e esiti imprevisti delle gravidanze) che lotta tra la necessità di mantenersi all’altezza di quello che tutti si aspettano da lei (essere e mostrarsi bella, niente di più, come le fa notare il marito, guai a volersi intromettere in questioni più fondamentali) e un desiderio di libertà costantemente frustrato dagli altri ma anche da lei stessa.

È molto post moderna questa Sissi narcisista, che mette continuamente alla prova il proprio potere di attrazione sugli uomini (come quando cede solo in apparenza al corteggiamento del suo stalliere inglese), corteggia costantemente un istinto di morte (come quando, in un voluto foreshadowing della storia, il cugino Ludwig le proibisce di annegarsi nel suo lago, cosa che lui stesso farà anni dopo) e sembra avere un rapporto morboso anche con le sue dame di compagnia.
Ovvio che vengano in mente paragoni con personaggi più recenti, tra tutti ovviamente la più popolare tra le reali infelici corteggiate dai media, Lady Diana (che ha ricevuto un trattamento biografico fuori dalle righe da Pablo Larrain in Spencer), con cui l’imperatrice condivide il matrimonio da favola, una fine tragica (nel caso di Sissi uccisa da un anarchico nel 1878, anche se la Kretuzer qui inventa un altro finale) e infiniti disordini psicologico-alimentari che la rendono una manna per i ricami dei media del tempo. Anche qui del resto, la condiscendenza per le manie spesso autolesioniste della protagonista va di pari passo con aneliti protofemministi che non convincono fino in fondo.
Ne Il corsetto dell’imperatrice, per altro, non è solo Sissi a vivere in un mondo di costrizioni e finzioni imposte e auto imposte, ma anche suo marito Francesco Giuseppe, che ha le basette asburgiche posticce a beneficio del pubblico ma le dismette in famiglia, e il figlio Rodolfo, che si fa portavoce della rigida normativa paterna, ma alla fine condivide le fragilità materne. Tutto l’impero, del resto, sembra reggersi su una finzione condivisa, destinata a crollare nel momento in cui qualcuno aprirà gli occhi e denuncerà la caduta del mito.

La stessa contraddizione la esprimono le scenografie, equamente distribuite tra saloni di gala e di rappresentanza, interni incomprensibilmente délabré ed esterni selvaggi e trascurati; i costumi, che reinventano l’epoca con impercettibili alterazioni, e la colonna sonora, dove si mescolano melodie tradizionali imperiali e rivisitazioni contemporanee di Kris Kristofferson e Marianne Faithfull.
Il risultato è alternativamente affascinante ed esasperante (come la sua protagonista), pervaso come è da una sottile morbosità (non estranea alle prove precedenti della regista), che invade ogni rapporto, da quello coniugale di Elizabeth/Sissi e Franz Joseph, a quello dell’imperatrice con i suoi figli, e tutti coloro che provane ad avvicinarsi a lei, composti in parti uguali di ricatto emotivo e ricerca di autenticità.

La ricerca esasperata e narcisistica di libertà e di amore si mescola con l’anelito di morte, e questa confusione si fa sempre più marcata man mano che il film procede fino al climax finale, dove i confini sembrano addirittura perdere di significato e la liberazione sembra di fatto coincidere con l’annullamento di sé, la fuga dalla vita e dalla storia, ma verso dove non è dato saperlo.

Laura Cotta Ramosino

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